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Spezzare le reni ai poveri

 

E’ passato quasi inosservato uno dei più assurdi provvedimenti varati da questo governo. Si tratta di un decreto legge (20 febbraio 2017 n. 14) che porta l’ambizioso titolo di “disposizioni urgenti in materia di sicurezza nelle città”. Il compito principale di tutti i governi è quello di tutelare la sicurezza dei cittadini, anzi, secondo Hobbes, la ragion d’essere dello Stato è proprio quella di assicurare la conservazione della vita e del benessere dei consociati, facendo sì che la convivenza esca da quello stato di natura in cui ogni uomo è homini lupus. Quindi la sicurezza è una cosa seria. Il principale fattore della sicurezza è il diritto. Se noi non abbiamo la sicurezza di avere diritto alle cure mediche, di avere diritto a percepire la retribuzione per il lavoro che svolgiamo, di avere diritto alla pensione quando non potremo più lavorare, la nostra vita diviene precaria ed esposta ad incertezze micidiali. La sicurezza dei diritti è il principale interesse dei consociati. Sono molti anni che l’albero dei diritti viene investito da un uragano che un po’ alla volta lo spoglia dei suoi frutti più preziosi. Da quando il fenomeno economico-sociale ha messo in crisi la sicurezza dei diritti, la politica ha scoperto il miraggio del “diritto alla sicurezza”. Da qui hanno preso l’avvio una serie di politiche securitarie che hanno raggiunto l’apice nel 2009 con i vari decreti sicurezza del Ministro Maroni, che voleva incrementare la nostra sicurezza – per esempio – vietando i matrimoni misti fra i cittadini italiani e gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno, oppure infliggendo delle multe impossibili (da pagare) ai disperati che sbarcavano dai barconi. Adesso quella politica sta tornando in auge, anche se è cambiato il colore politico del Ministro che dovrebbe tutelare la nostra sicurezza. Si chiama Minniti, anziché Maroni, però, a parte il nome, non ci sono altre differenze. Il decreto Minniti addirittura ci dà la definizione della sicurezza urbana: “Si intende per sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità ed al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree e siti più degradati, l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la prevenzione della criminalità…” Ma come si fa a rendere più vivibile una città: riducendo l’inquinamento, rafforzando il trasporto su rotaia, curando il verde pubblico, dando lavoro ai disoccupati, creando strutture per combattere il disagio sociale e la marginalità? Nient’affatto! Il decreto non stanzia neanche il becco di un quattrino per la riqualificazione ed il recupero delle aree più degradate o per l’eliminazione dei fattori di marginalità ed esclusione sociale. Poiché non si può eliminare l’emarginazione, allora per tutelare la sicurezza, che nella mente del legislatore coincide con il decoro, si eliminano gli emarginati, dando ai sindaci-sceriffi il potere di allontanarli per 48 ore dalle aree urbane di particolare pregio o “interessate da consistenti flussi turistici”. Insomma al turista non far vedere quelle brutte facce dei poveri, dei drogati, dei mendicanti, delle prostitute di strada. I sindaci avranno sempre meno potere di fornire servizi pubblici ai cittadini però, in compenso, potranno rivalersi ripulendo le parti pregiate delle città dall’indecoroso stazionamento degli emarginati, che verranno nascosti sotto il tappetino, inventando una nuova forma di apartheid. A noi rimane un dubbio: la nostra sicurezza si accresce combattendo la povertà o spezzando le reni ai poveri?
edito dal Quotidiano del Sud

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