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Siamo ostaggio di una realtà in cui degrado morale e istituzionale scandiscono il segno dei tempi. La cronaca quotidiana ci consegna vicende raccapriccianti. L’orribile caso delle baby-squillo allarma e fa riflettere. Ci riporta alla barbarie di una società in cui i valori si sono smarriti. Giusti gli appelli di queste ore. Ma sarebbe sbagliato non chiedersi quali responsabilità fanno capo a ciascuno di noi. Prendere atto del fallimento delle agenzie di riferimento per una società più giusta (famiglia, scuola, chiesa, istituzioni) non è più sufficiente. La presa d’atto è il segno del già avvenuto decadimento. Il problema è impegnarsi affinché il male che avanza possa essere debellato.

Il degrado coinvolge anche il sindacato lontano anni luce da quello immaginato e fondato da Giuseppe Di Vittorio, scomparso proprio il 3 novembre di 60 anni fa: il sindacato della gente del Sud che aveva come obiettivo i diritti e la dignità degli uomini e delle donne. Da missione per la tutela dei diritti dei lavoratori esso è diventato, in alcuni casi, mediazione di sporchi interessi che mortificano il merito. La vicenda che ha coinvolto un collaboratore della Cisl irpina è il segno di un decadimento che esalta l’individualismo affaristico. Non finisce qui. Il degrado istituzionale non aveva mai raggiunto vette così alte.

L’esempio clamoroso del contrasto sull’atto aziendale dell’Asl tra Provincia, Sindaci e istituzione sanitaria denuncia l’assenza di dialogo, paura del confronto, comportamenti arroganti e ambiguità regionali che vanno contro l’interesse generale per la difesa della salute. Già il confronto. Chiama in causa il degrado che coinvolge il problema della sicurezza delle scuole. Il “caso” del liceo Mancini è emblematico. La Provincia chiama a maggio scorso tecnici di alto profilo per accertare la sicurezza dell’Istituto, la Procura chiede ulteriori perizie sollecitata da preoccupazioni espresse da un nucleo di genitori.

In mezzo ci sono milleduecento alunni il cui futuro scolastico oggi è in forse. Un confronto tra i periti delle parti avrebbe potuto esorcizzare la paura. La complessità del degrado è soprattutto dentro la città. Con i parcheggiatori che tengono ostaggio l’ amministrazione per promesse fatte e non mantenute. Con i cantieri aperti avviati dalle precedenti amministrazioni e mai chiusi dal governo Foti, che si limita a tagliare nastri di opere per meriti non propri, ma frutto dell’impegno di altri sindaci, da Di Nunno a Galasso. E che dire di piazza Libertà, il cui progetto iniziale è stato stravolto senza dare spiegazioni, o ancora, dei parcheggi previsti nel progetto del tunnel che sono stati cancellati , determinando un ingiustificato esborso di danaro pubblico a carico sui cittadini?

Tutto questo è già tanto: ma come non ricordare anche il Centro per l’autismo di Valle che da diciassette anni non si riesce ad aprire o la Dogana che rimane imbalsamata per il pressapochismo di un’amministrazione che ha anche rinunciato alla difesa della propria dignità. Ma il degrado della città è nella kafkiana vicenda del Teatro Gesualdo. Una fiammella accesa nel dopoterremoto dell’80, diventata nel tempo luogo di cultura e di aggregazione sociale dell’Irpinia ed oggi assalita da un silenzio assordante quanto vergognoso. Quello stesso silenzio che avvolge il Mercatone di via Ferriere il cui ruolo rimane avvolto nel mistero mentre si progettano ascensori interni.

E la Bonatti? Degrado anche qui. Resta chiusa. Produce solo debiti per contenzioso. Come la metropolitana leggera con i suoi autobus acquistati e ormai obsoleti, con l’assicurazione che viene pagata senza rendere un servizio, mentre i pali ingombrano i marciapiedi del centro, determinando un clima di panico tra gli abitanti che temono l’arrampicarsi di soggetti criminali pronti a commettere furti. Tutto questo è degrado politico, amministrativo e morale. E a tutto questo oggi occorre far fronte. Con le scelte che il cittadino arbitro è chiamato a fare nei prossimi mesi. Trasformando la rassegnazione in indignazione e recuperando attraverso essa quei valori che possono sconfiggere il degrado e fare posto al bene comune. Non c’è più tempo da perdere. Condannare, riflettere e agire sono i passi necessari per costruire una nuova speranza.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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