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Strappo in atto? Nel paese doppio pericolo giallo 

Mai come in questi giorni, nella contestatissima vicenda dell’ intesa tra Italia e Cina, un “giallo” di natura commerciale e di intrigo istituzionale rispetto a pregressi impegni internazionali, è riemersa con insistenza l’espressione “noi non faremo da cavallo di Troia”. Stavolta a pronunciarla è stato il premier Conte per allontanare da sé e dal suo governo, soprattutto dai Cinquestelle, di cui è il “fiduciario” qualsiasi sospetto di voler favorire ingerenze cinesi, mettendo a rischio i settori strategici del nostro Paese. Se ciò resta il fatto più allarmante da dover verificare subito le clausole di garanzia, a montarne è un altro, non trascurabile per il futuro dello stesso esecutivo. Stavolta ad avanzare severe riserve è Salvini l’ alleato più fedele, il compagno di viaggio, sempre sereno- “mani giunte e inchino circolare” da monaco tibetano di fronte a ogni incomprensione- impossibili da quantificare- da qualche giorno però molto più inquieto. Difatti ha dismesso di indossare divise e blasoni di ogni corpo per vestire i panni dello statista pensoso, facendo balenare serie avvisaglie di crepe nel governo giallo- verde. La muraglia di obiezioni da lui opposta contro la ventilata intesa non ha nulla di estemporaneo ma riflette la sua tradizionale vocazione atlantista, che, oggi più di ieri, spiega perché è a quel posto in un ministero chiave come gli Interni, dal dopoguerra mai affidato a politici di dubbia cultura filo occidentale, sotto la severa vigilanza del Colle . A questo punto, al di là di una curiosità singolare sulla bandiera della Repubblica Popolare Cinese che ha cinque stelle in campo come quelle grilline, il nostro Paese è ormai nel mezzo di un intrigo, di un doppio pericolo giallo: tra la spregiudicatezza del M5S e le mire espansionistiche della Cina. Comunque evolva la vicenda, di certo è in atto una mutazione del Movimento, che per uscire da difficoltà diffuse, ci sembra echeggiare la lontana strategia nenniana della “politique d’abord”, consistente nella necessità che un partito “non può avere pregiudiziali politiche e deve riconoscere che la tattica è questione del momento e di circostanza. In base alla quale se sa quel che si vuole sul serio, non sarà mai imbarazzato sui mezzi da impiegare e i rischi da correre”. Nenni però era Nenni, aveva ben altro spessore e senso dello Stato per dire certe cose. Di fronte a quello cui stiamo assistendo, la domanda più imperiosa è questa: come mai il popolo dei “vaffa” della “decrescita” felice, che ha dato la carica a piazze, borghi contro la mercificazione, il globalismo, le massificazioni, si consegna a un Paese in cima a tutti per ogni “dismisura”: dismisure economiche, sociali, ambientali, metropolitane, senza manifestare un certo imbarazzo prima di avvertire una vampata di rossore o di vergogna? E’ una contraddizione questa, che insospettisce, considerando il campo delle sostenibilità, di cui i “grillini” si sono fatti sostenitori da quando sono venuti al mondo con i girotondi. Perché? Siamo ormai in un passaggio molto critico, da emergenza democratica, per alcune indiscrezioni gravissime sul recente viaggio in Cina del ministro dell’Economia Tria, del vicepremier Di Maio e del sottosegretario Gerace, i quali avrebbero chiesto ai cinesi di comprare i nostri titoli di Stato e di accollarsi parte cospicua del debito pubblico. Se esse dovessero trovare conferma, oltre a ingenerare reazioni intuibili nelle cancellerie occidentali in Europa e in America, non potranno non portare che a una crisi ad “horas”. C’è da affrettare il dibattito parlamentare per fare chiarezza su questo giallo, il più inquietante di una legislatura, da una candelina appena, e già tormentatissima . A proposito del discorso iniziale sui “cavalli di Troia”, su certi inganni, non sarebbe male se qualcosa provasse a chiedersi anche Salvini, decisivo nell’aver portato i Cinquestelle a Palazzo Chigi.

di Aldo De Francesco 

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