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Con l’alzata del "pannetto" dello scorso 26 luglio hanno avuto inizio i festeggiamenti religiosi in onore della Beata Vergine Assunta. È stato un significativo momento, durante il quale fede e tradizione hanno visto, finalmente, una comunità coesa, attenta, oserei dire con una gioia sui volti quasi scomparsa. Il saluto del sindaco Paolo Foti, accorato nel tono complessivo, ma pungente in alcuni passaggi, ha riproposto l’amarezza di una classe dirigente amministrativa che non riesce più a rappresentare le istanze reiterate di una comunità indignata, senza speranza di futuro. Con l’approssimarsi del ferragosto la polemica velenosa all’interno dei gruppi consiliari della città, non si placa e i partiti non riescono più, ormai da troppo tempo, ad essere cerniera di sintesi, di indirizzi e di proposta tra la domanda popolare e gli eletti in ordine alle tante emergenze che attanagliano il comune capoluogo. Attardarsi sull’analisi del perché di questa deriva culturale e politica, comporta il rischio di ripetere le stesse doglianze a cui, purtroppo, siamo abituati da parecchi anni, fino ad avvertire la deleteria sindrome dell’indolenza. Ma, con l’apparente tranquillità del periodo feriale, un sussulto civile e spirituale apre il varco nel disinteresse politico per porre alla riflessione di chi ha la bontà di leggerci, una domanda volta al futuro, alla possibilità concreta e credibile, di uscire dal buio complessivo di una comunità che, pur tra tante difficoltà, ha avuto sempre la forza ed il coraggio di esprimere il meglio di se stessa. Allora una domanda: esiste davvero la possibilità di aggregare forze, intelligenze, capacità progettuali, valori umani e spirituali, capaci di esprimere -oltre i recinti consunti dei partiti – un gruppo dirigente capace di amministrare con competenza, trasparenza, in ascolto permanente di una comunità che dimostri ancora partecipazione civile e responsabile? In altri termini, è possibile tentare una sintesi feconda tra le tante voci di dissenso che a lungo andare, rischiano di rivelarsi solo una frammentazione di doglianze, senza anima e senza una prospettiva? Più esattamente la comunità avellinese può essere capace di superare lo scollamento tra individualità e socialità, come condizione non solo per tutelare la vita associativa, ma anche per far crescere il connettivo umano, civile e sociale tra le persone, in termini progettuali e non meramente utopici? Una risposta credibile alle domande delineate presuppone una corale mobilitazione di tutto il tessuto comunitario: volontariato, associazionismo, forze sociali, parrocchie, ordini professionali, realtà associative diversamente presenti all’interno del territorio urbano, veramente capaci di superare i propri egoismi identitari, per dissodare insieme un terreno diventato davvero impervio, ma pur sempre fecondo.
edito dal Quotidiano del Sud

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