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Terrorismo e politica, vincitori e vinti

 

L’orrenda strage di Nizza, pur così apparentemente casuale nel suo svolgimento, era stata accuratamente pianificata dalla centrale del terrorismo internazionale che da tempo organizza e coordina l’esportazione della guerra dal Medio Oriente, dall’Africa e dalla Mesopotamia verso l’Occidente e l’Europa in particolare. E’ la risposta alle parziali sconfitte subite sul campo dall’Isis in Siria e in Iraq, frutto degli attacchi del nemico “cristiano”; ma rivela anche la sproporzione tra le forze in campo (a vantaggio dei terroristi), e la persistente inadeguatezza delle difese adottate dai governi europei, ancora privi di una strategia condivisa ed efficace. Solo qualche settimana fa il bilancio delle operazioni militari nel triangolo fra Raqqa, Mosul e Bagdad dava in ritirata le truppe del Califfo, che avrebbero perduto un quinto del territorio conquistato in anni di guerriglia; ma pochi avevano dato credito ai proclami di Ali Adnani, portavoce e leader dell’esercito del terrore, il quale aveva ordinato alle cellule “dormienti” in Europa di non accorrere in aiuto dei miliziani assediati nelle roccaforti mediorientali, bensì di colpire indiscriminatamente, con qualsiasi arma disponibile, in Europa. Un messaggio preciso, già più volte risuonato: “Schiacciategli la testa con un masso, uccideteli con un coltello o investiteli con la vostra macchina”. Quasi un ordine operativo, che presumibilmente darà luogo ad altri attacchi suicidi nelle nostre città. E allora, come reagisce l’Occidente a questa esportazione della guerriglia? E più in generale: c’è una coerente linea difensiva da parte dell’Europa e di quello che siamo abituati a definire “mondo occidentale”, ora colpito anche nelle sue capitali? La risposta, purtroppo non può essere positiva, e la situazione è preoccupante perché l’azione di contrasto al terrorismo è solo un segmento di una visione della politica internazionale nella quale prevalgono ancora interessi nazionali a volte inconfessabili, rivalità storiche che affondano le proprie radici anche nel passato coloniale di alcuni Paesi, alleanze o complicità con potenze regionali che tollerano e a volte finanziano i terroristi. Se guardiamo all’Europa, che oggi si trova più esposta sulla linea del fuoco, l’incapacità di adottare una condotta unitaria si manifesta in tutti i principali dossier della politica estera: rapporti internazionali, migrazioni, cooperazione allo sviluppo. Ogni governo si muove per conto proprio, a volte in contrasto con i vicini o addirittura con gli alleati. La recente disputa a suon di votazioni fra Italia e Olanda per la conquista di un seggio semipermanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove non sono mancati omaggi sottobanco ai rappresentanti dei governi con diritto di voto in assemblea generale, non ha certo fornito un’immagine positiva di due Paesi che pure avrebbero tutti i motivi per andare d’accordo: entrambi fondatori dell’Unione europea e alleati nella Nato; eppure non si risparmiano colpi bassi per ottenere un posto di prestigio, peraltro relativo, nell’agone internazionale. Ma i motivi di preoccupazione non si limitano a queste scaramucce diplomatiche: la proclamazione del califfato da parte del terrorista Abu Bakr al- Baghdadi, due anni fa a Mosul, e la rapida espansione del territorio sotto il suo controllo ha prodotto reazioni scomposte fra tutti i governi minacciati, dai confinanti Turchia e Iran, agli europei, americani e russi: la facciata di un contrasto senza tregua ha spesso nascosto interessi in conflitto, primo dei quali il risorgere della contrapposizione strategica fra Washington e Mosca della quale l’Europa è ostaggio. E ciò ha favorito i terroristi. Quando poi il cancro del califfato si è allargato come una metastasi in Africa e sulla costa sud del Mediterraneo, le divergenze strategiche sono emerse in tutta la loro gravità, compromettendo l’adozione di misure coordinate ed efficaci. C’è poi la questione aperta delle politiche nei confronti del fenomeno migratorio, dove l’Europa unita registra il proprio fallimento e rischia addirittura il collasso, già anticipato dall’uscita della Gran Bretagna. L’avanzata del terrorismo, con i suoi parziali successi e il sangue innocente che versa nelle strade europee, è certamente il prodotto di un’ideologia di morte che si ammanta di richiami religiosi che suonano blasfemi, ma denuncia anche un fallimento politico: il fallimento della pretesa di imporre un ordine internazionale che non è riuscito a mantenere la pace, e che ora assiste impotente alla recrudescenza di conflitti che in Medio Oriente e in Africa diventano incubatori ed esportatori di violenza indiscriminata.

edito dal Quotidiano del Sud

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