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Tra crisi dei partiti e voglia di nuovo

 

Per prevedere che i 13.316.379 elettori italiani non si sarebbero scalmanati per andare alle urne non ci voleva nessun guru dei sondaggi. La data del voto furbescamente scelta dal governo ha mostrato tutti i suoi limiti. Essa ha certamente accresciuto il non-voto dell’elettorato meno schierato, ma non sembra aver favorito chi l’aveva scelta. L’aria che tirava è stata chiara fin dall’inizio della campagna elettorale. Discredito crescente dei partiti tradizionali, molto divisi sulle scelte. Alleanze elettorali spesso poco chiare. Candidature per lo più improvvisate. Scarso appeal della maggior parte dei candidati-sindaco delle grandi città.
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Non è facile individuare tendenze omogenee in un voto soggetto a molte variabili locali. Vi sono tuttavia delle coordinate generali. Il mesto tramonto della stagione dei sindaci. Il calo dei votanti. La avanzata del M5S. L’arretramento del Pd. Gli scarsi risultati delIe prove di partito della nazione (Cosenza, Napoli). Il "risveglio" dell’ex- Cavaliere che si conferma– nonostante la secca sconfitta di Marchini a Roma e ancora di più in caso di vittoria di Parisi a Milano – il punto di aggregazione del centro-destra contro Meloni e Savini, contestatori della sua leadership. Il fallimento della Lega come partito nazionale. Il nuovo M5S a Roma ha triplicato i voti della comunali del 2013 (dal 12,8% al 35.6%) e doppiato il Pd, diventando il primo partito. E andrà al ballottaggio a Torino. Risultati ottenuti grazie al passo di lato di Grillo e al mutato modo di porsi del movimento come forza di governo anziché anti-sistema. Accusa il colpo della autocrazia renziana, incapace di dialogo. Paga l’avvio della trasformazione in un partito "liquido", incentrato sul solo leader, molto di destra e poco di sinistra, sempre più privo di vera militanza e del tradizionale radicamento (nelle ex-zone rosse l’affluenza alle urne é stata addirittura più bassa!). Perde molte migliaia di voti. E’ crollato a Roma (dal 26,26% del 2013 al 17,2%, la metà dei 5S). Ai minimi termini a Napoli. A Milano, con un candidato fino all’altroieri vicino al centro-destra, appaiato rispetto alla new entry Parisi. Infine, non ha sfondato nè a Torino nè a Bologna. Tutti dati significativi e, nonostante la varie analisi possibili, non facilmente superabili.
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A Napoli, città ormai masaniellizzata tra paure e ribellione (e ora forse, dopo il clamoroso risultato, davvero "derenzizzata" secondo la formula del populista De Magistris) il Pd é scomparso dalla scena politico-elettorale dell’immediato futuro. Certo è un epilogo non improvviso. Esso trova le sue origini nella incapacità di quel partito di presentare una classe dirigente coesa, credibile e all’altezza delle nuove sfide. Dopo la fine ingloriosa del rinascimento napoletano di Bassolino (improvvidamente invocato da molti smemorati), travolto dallo scandalo dei rifiuti, dei mutui ricontrattati e delle sovrattasse a go-go, ci sono state solo risse interne seguite dal nulla. Con i molti dubbi che hanno circondato la candidatura di una orfiniana sbiadita come la Valente nella più grande città del Mezzogiorno! Con ogni evidenza, i napoletani non hanno creduto alle chiacchiere, ai fantasmagorici masterplan e ai contratti firmati dal premier. E il Pd ha pagato l’assenza di una strategia minima per il Mezzogiorno, abbandonato a se stesso da Renzi e dal suo governo.
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Ora la situazione del Pd appare particolarmente complessa. Di fronte alla crudezza dei numeri, non può certo bastare il ritornello renziano della non influenza politica del risultato. Il premier ha depotenziato la spinta alla partecipazione alle amministrative sostenendo che la vera battaglia sarebbe stata quella sul referendum, ad ottobre. Così facendo, però, ha indebolito ancora di più la spinta verso le urne. E ha finito per incidere negativamente sulle possibilità del suo stesso partito. In conclusione, l’operazione di sfondamento a destra – fortemente voluta dal berluschino con la sua politica di riduzione dei diritti dei lavoratori e di grandi favori ai poteri forti – sembra non aver raggiunto gli obiettivi sperati. Il suo governo che ha il suo unico orizzonte strategico nel rimanere ancorato al trasformismo parlamentare (prima con Ncd, poi con Ala), ha ancora i numeri in Parlamento. Dopo queste elezioni, però, sembra avere meno sostegno nel Paese.
edito dal Quotidiano del Sud

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