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Anche in Campania (e in Irpinia), come del resto altrove, si manifestano casi di corruzione e si diffondono segnali preoccupanti, come incidenti intimidatori e strani incendi. Essi non suscitano adeguate reazioni da parte delle forze politiche, che spesso lasciano soli i loro stessi amministratori locali.
E continuano a mostrarsi pericolosamente incerte e divise sulle strategie per combattere questi fenomeni. L’ approvazione, in prima lettura, della riforma del codice antimafia da parte del Senato doveva segnare una pagina larga e forte di volontà politica contro la corruzione e la criminalità organizzata. Ha evidenziato, invece, l’incertezza, l’approssimazione e la superficialità con cui buona parte dell’attuale classe politica affronta questioni legislative fondamentali, senza porsi il problema di tutte le possibili conseguenze. Tanti, ormai gli esempi, di norme equivoche e approssimative. Come la riforma Fornero, varata senza alcuna analisi preventiva del suo impatto, in particolare sugli esodati. O la pasticciata legge sulla autodifesa, che è sembrata renderla possibile solo dall’imbrunire in poi. Stavolta, ne è scaturito un provvedimento criticato da numerosi giuristi, anche a causa di dubbi su possibili profili di incostituzionalità. E approvato con soli 129 sì (56 i no, 30 gli astenuti). In pratica, senza neppure il sostegno dell’intera maggioranza. Numeri striminziti, per un provvedimento da lungo tempo annunciato e (si dice) approfondito, che ha scatenato una serie infinita di rilievi giuridici e di perplessità politiche Si è data, insomma, più l’impressione di un fronte antimafia e anticorruzione sfilacciato che di una ferma e condivisa volontà di fare, pur nella diversità dei punti di vista, una vera battaglia comune. La modifica che maggiormente ha suscitato pareri diversi è stata quella che prevede, per gli accusati di reati contro la pubblica amministrazione (concussione, corruzione), terrorismo e stalking, la possibilità di confisca dei beni già in atto per i mafiosi. Una estensione criticata da costituzionalisti come Cassese, da penalisti come Fiandaca e Manes, da magistrati antimafia come Maurizio De Lucia. Bollata dal presidente di Confindustria Boccia come un tentativo di “accontentare chi urla di più”. E sottoposta a rilievi anche dal presidente dell’Autorità Anticorruzione Cantone. Condivisa, invece, dal procuratore antimafia Roberti, a condizione però di una confisca limitata ai casi di partecipazione ad associazioni a delinquere. Difesa a spada tratta, invece, dal presidente dell’antimafia Bindi, dall’ex presidente Lumia e dal ministro Orlando. Si dirà: è fisiologico che, su provvedimenti che coinvolgono tanti aspetti, le diverse scuole di pensiero e le sensibilità differenti producano posizioni differenziate. Un pò meno fisiologico, tuttavia è che, verso la fine della legislatura si sia approvato in una Camera un testo senza escludere, anzi prevedendolo, che l’altra Camera possa modificarlo. Lo ha dichiarato espressamente il presidente Pd Orfini, d’intesa con Renzi. Si condannerebbe così a un nulla di fatto il lavoro fin qui svolto. Nelle prossime settimane, la febbre politica crescerà per l’avvicinarsi della fine della legislatura. Tra le priorità della legge di bilancio e di quella elettorale, è difficile pensare che una legge così poco condivisa(che il centrodestra ostacola anche perché teme eventuali confische per le aziende di Berlusconi) possa essere approvata in tempo utile, prima della fine della legislatura. Tanto più se la Camera dovesse apportare delle modifiche, che richiederebbero un altro passaggio al Senato! Questa tempistica non poteva essere ignota. E allora, non è che si è scelto, ancora una volta, di fare solo una bella sceneggiata utile per la prossima campagna elettorale?

edito dal Quotidiano del Sud

di Erio Matteo

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