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L’emergenza è duplice accanto a quella sanitaria c’è quella economica. Una situazione di estrema difficoltà che il governo sta affrontando con troppi tentennamenti.  Si va avanti tra attese, partenze e ripartenze mentre Bankitalia, Ocse e Commissione europea certificano la drammaticità della situazione in atto e una potenziale crisi che potrebbe esplodere in autunno. Un quadro a tinte fosche che sta facendo passare in secondo piano anche il prossimo turno elettorale. Se l’attenzione per le regionali e comunali resta alta il referendum sul taglio dei parlamentari è quasi assente dal dibattito politico.  In teoria il partito che dovrebbe parlarne di più è il Movimento Cinque Stelle che però è alle prese con le frizioni interne e con un’alleanza di governo più subita che voluta. Temi come l’anti casta, il Parlamento da aprire come una scatoletta di tonno, sono difficili da declinare quando si sta al governo. Dall’altro i sostenitori del NO sono pochi e con posizioni politiche diverse al loro interno, considerano il taglio dei parlamentari un errore perché rischia di compromettere gli equilibri costituzionali e di allontanare i cittadini dalle istituzioni. Ragioni che potrebbero anche essere nobili ma che si scontrano con l’assenza di fiducia che oggi l’opinione pubblica ha nei confronti dei partiti e di chi li rappresenta. Ecco dunque che di questo referendum si parla poco e in modo approssimativo e c’è la netta sensazione di un risultato già scritto con la prevedibile e quasi scontata vittoria del SI’. Le priorità per gli italiani sono altre e sono diverse da chi vorrebbe legare il taglio dei parlamentari alla nuova legge elettorale. Ne è consapevole anche il relatore della riforma, l’esponente del PD Emanuele Fiano convinto però che i cittadini, accanto alla necessità di manovre economiche efficaci e strutturali che rimettano in piedi il Paese, devono sapere che una democrazia non può fare a meno di una verifica del funzionamento delle istituzioni. La nuova legge elettorale serve dunque proprio a quest’ultimo scopo. L’obiettivo della maggioranza è quello di portare il testo in aula alla Camera entro la fine di luglio. Il rischio però di arrivare al 20 settembre, la data del voto su regionali e referendum, senza che la riforma sia stata votata almeno da un ramo del Parlamento, è molto concreto.  I contrari alla riforma battono sul tasto delle altre priorità per il Paese che per Renzi sono i cantieri e non i collegi e per Salvini sono lavoro e risorse per le imprese e non la legge elettorale. La contrarietà del leader leghista può essere letta anche come un no alla riforma che riportando il sistema da maggioritario a proporzionale renderebbe più frammentato il fronte del centrodestra a danno soprattutto di Salvini e Meloni mentre Forza Italia potrebbe ritagliarsi il ruolo di ago della bilancia potendo sostenere anche altre eventuali maggioranze. Ragionamento che si potrebbe applicare anche a Renzi penalizzato dallo sbarramento al 5 per cento della nuova legge. Come accade spesso dunque dietro gli slogan a favore dei cittadini si nascondono interessi particolari. Ovviamente il testo non è affatto definitivo ma è solo una base di partenza, PD e Cinque Stelle però ritengono che si tratta di un accordo complessivo di governo e come tale va rispettato. L’importante è che stavolta la riforma possa durare più di una legislatura altrimenti si darebbe ragione al sociologo Giuseppe De Rita convinto che “chi non riesce a fare politica, fa riforme costituzionali; se non riesce a far riforme costituzionali, fa riforme elettorali; se non riesce a far riforme elettorali, fa elezioni. Destino comprensibile e giustificabile ma non lo si faccia passare come un doveroso ritorno alla volontà del popolo”.

di Andrea Covotta

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