Rosa Bianco
C’è un rischio, quando si raccontano eventi come questo: ridurli a cronaca, a sequenza ordinata di interventi, ringraziamenti, applausi. Sarebbe un errore. Perché la presentazione del libro “Transumanze e pascoli” – Delta3 Edizioni, ieri al Circolo della Stampa di Avellino non è stata semplicemente una riuscita manifestazione culturale: è stata, piuttosto, una dichiarazione di esistenza. Un atto civile.
Nella cornice sobria e insieme carica di memoria del Circolo, il lavoro di Fioravante Ascolese e mio ha assunto il tono di una chiamata collettiva. Non un libro che guarda indietro con nostalgia, ma un testo che interroga il presente con la forza delle radici. La transumanza, qui, non è più solo il lento migrare delle greggi: è metafora viva di una civiltà, che resiste mentre tutto sembra accelerare verso l’oblio.
Il momento più alto e denso di implicazioni si è raggiunto con l’intervento di Gianni Festa, insigne direttore del Corriere dell’Irpinia. Il suo non è stato un contributo celebrativo, ma una vera e propria provocazione culturale, nel senso più autentico e necessario del termine. Il Direttore Festa ha riportato il pubblico dentro una riflessione ampia, quasi scomoda: la civiltà contadina non è un reperto del passato, né una categoria folklorica da rievocare con indulgenza, ma un sistema valoriale fondativo. È da lì che nasce l’Italia della ricostruzione, quella che, uscita dalle macerie del dopoguerra, ha saputo rialzarsi grazie al lavoro, alla fatica, alla disciplina quotidiana e a una solidarietà concreta, non declamata.
Con lucidità, Gianni Festa ha smontato una narrazione dominante: non furono soltanto le industrie a generare il miracolo economico, ma anche e soprattutto quella “dura grammatica” dei contadini e dei transumanti, capaci di costruire, giorno dopo giorno, una civiltà basata su relazioni autentiche e su un’etica del lavoro oggi smarrita. Da qui la sua domanda, centrale e inquietante: esiste ancora la dimensione valoriale della civiltà contadina o tutto è stato travolto dalla fretta, dal mercato, dalla trasformazione dei valori in mera economia?
Il suo discorso si è allargato fino a toccare temi globali – l’instabilità internazionale, la crisi delle relazioni, l’insicurezza diffusa – ma senza mai perdere il legame con il territorio. Perché è proprio nei territori interni che si misura la crisi più evidente: lo spopolamento, l’abbandono, la fuga dei giovani, la dissoluzione delle comunità. Il Direttore Festa ha evocato immagini forti, quasi dolorose: paesi vuoti, case costruite con sacrificio e oggi senza vita, servizi assenti, scuole chiuse. Eppure, proprio lì, nelle radici dimenticate della civiltà contadina, egli individua una possibile chiave di rinascita. La sua “provocazione” diventa così un invito: pensare, discutere, reagire.
Il contributo del Dott. Bruno Corrado dirigente veterinario dell’ASL di Frosinone, ha riportato il discorso su un piano concreto, ricordando come il recupero dei cicli naturali e di un’alimentazione rispettosa dell’ambiente non sia una moda, ma una necessità profonda, culturale e biologica insieme. Mentre il prof Fioravante Ascolese, richiamando la sua esperienza di insegnamento, ha sottolineato il valore formativo del libro: educare alla memoria significa fornire strumenti per leggere il presente e orientarsi nel futuro, coniugando sapere scientifico e identità.
La serata si è arricchita anche di momenti letterari e artistici di grande suggestione. Lo scrittore Rino Cillo ha offerto una lettura intensa di un passo scelto, restituendo al pubblico il respiro narrativo dell’opera. Il giudice Iannarone ha poi evocato Gabriele D’Annunzio, citando “I pastori” e riportando la transumanza alla sua dimensione lirica e simbolica, sospesa tra nostalgia e sacralità del gesto antico. A questa linea si è affiancato il richiamo a Pier Paolo Pasolini, ricordato dal giornalista Fiore Carullo, che già denunciava con lucidità il tramonto della civiltà contadina, travolta dall’omologazione moderna.
Non meno significativo è stato l’accompagnamento musicale del Maestro Mayumi Ueda, capace di creare un tessuto sonoro delicato e profondo, in sintonia con il senso più intimo dell’incontro.
Ma sarebbe limitante fermarsi alla nostalgia. Il senso profondo di questo evento sta altrove: nella consapevolezza che il patrimonio immateriale della transumanza non è un’eredità da conservare sotto vetro, bensì una risorsa da riattivare. Essa diventa così paradigma di sostenibilità, equilibrio tra uomo e ambiente, modello di un’economia lenta ma resistente.
In controluce è emersa una verità che ha attraversato tutti gli interventi: senza comunità non c’è sviluppo, senza memoria non c’è identità, senza identità non c’è futuro. La presentazione di “Transumanze e pascoli” si è trasformatatrasformato, quindi, in uno spazio raro di pensiero condiviso, dove cultura, etica e territorio sono tornati a dialogare.
E allora, più che un punto di arrivo, questa presentazione è stata un inizio. Un invito a restare, a ricostruire, a credere che anche nei luoghi apparentemente marginali si possa ancora generare senso.
Come scriveva Cesare Pavese:
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli.”


