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Trump: i limiti del populismo

 

A quattro mesi dall’insediamento alla Casa Bianca, la prima missione all’estero di Donald Trump, che è cominciata ieri a Riad in Arabia Saudita, avrebbe dovuto consacrare una leadership ambiziosa e rilanciare una presidenza “mondiale”; rischia invece di mostrare davanti all’opinione pubblica internazionale i limiti caratteriali prima ancora che politici del successore di Barack Obama, arrivato al potere sulla spinta di un consenso dal profilo spiccatamente populista ma rivelatosi rapidamente prigioniero della politica di Washington fin quasi a diventarne ostaggio. L’intera campagna elettorale del candidato Trump è stata dominata dalla ricerca di un rapporto diretto con l’elettorato, soprattutto con i ceti popolari, trascurati dall’élite della capitale e del Congresso e impoveriti dalla globalizzazione. Il discorso di insediamento, il 20 gennaio, l’aveva chiarito: “Oggi non stiamo semplicemente effettuando un trasferimento di poteri da un’amministrazione a un’altra o da un partito a un altro, bensì stiamo trasferendo il potere da Washington D.C., e lo stiamo restituendo a voi, al popolo. Per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha fatto propri i benefici del governo, mentre il popolo ne pativa i costi”. La promessa del nuovo presidente era quella di restituire la sovranità al popolo, mandando in soffitta i politicanti e azzerando l’influenza delle lobby, naturalmente col consenso della classe media e degli stessi capitalisti, allettati dalla promessa di un taglio epocale delle tasse. Ora, dopo appena quattro mesi, i benefici fiscali sono oggetto di un braccio di ferro tra Casa Bianca e Congresso, che dovrebbe accettare una forte riduzione della spesa sociale; mentre a Washington Trump appare sempre più invischiato nei meccanismi di un sistema politico che non riesce a dominare e che addirittura gli si rivolta contro, anche grazie ai suoi errori. Quando al rapporto diretto con i popolo e alla lotta contro le lobby, proprio alla vigilia della partenza per Riad il New York Times ha rivelato che il genero del presidente Jared Kushner, che lo accompagna nella missione internazionale appena iniziata, ha avuto un ruolo determinante per la chiusura di un affare miliardario per la vendita di armi all’Arabia Saudita, che dovrebbe essere annunciato in questi giorni. Insomma, diffidente verso le lobby, Trump si rifugia nella protettiva e rassicurante cerchia familiare che però lo isola sia dalla burocrazia governativa che dal contatto diretto con il pubblico. Non è un caso se il suo indice di gradimento, a quattro mesi dall’insediamento, risulta essere il più basso mai registrato. Ci sono poi le incertezze, gli scatti di umore, le gaffe a ripetizione, l’opacità di alcune decisioni prese con motivazioni poco chiare, come il licenziamento in tronco del capo dell’Fbi, e la conseguente indagine di un procuratore indipendente. Il nodo dell’inchiesta è ancora il rapporto ambiguo tra la sua campagna elettorale e la Russia di Vladimir Putin, e Trump ci ha messo del suo quando ha rivelato al ministro degli Esteri di Mosca Lavrov segreti di intelligence trasmessi da un governo amico (Israele o Giordania, non è ancora chiaro). Non saremo all’avvio di una procedura che potrebbe portare all’impeachment, come pure qualche giornale americano ha già scritto, ma certamente la credibilità del presidente è gravemente lesa; e proprio per questo la missione internazionale appena iniziata è importante per il suo futuro. Alla vigilia della partenza, un alto funzionario dell’amministrazione Usa ha detto che obiettivo del viaggio è dimostrare che “America first non vuol dire America da sola” e che il presidente vuole rafforzare la leadership degli Stati Uniti nel mondo globale. Le tappe in Medio oriente – Arabia Saudita ma anche Israele e Territori palestinesi –, e poi a Roma, che vuol dire Quirinale e Vaticano; a Bruxelles, cioè Nato e Unione Europea; e infine, a Taormina al vertice di G7, disegnano un’agenda ambiziosa, in cui politica internazionale, dialogo interreligioso, rapporti Est-Ovest, lotta al terrorismo, pace e guerra si intersecano. La retorica presidenziale si propone di “unire i popoli di tutte le fedi attorno ad una comune visione di pace, progresso e prosperità”, che però mal si concilia con il reiterato bando ai viaggiatori provenienti da paesi musulmani. Per Trump sarebbe l’occasione di cambiare verso ad una presidenza partita col piede sbagliato. Ma ogni tappa nasconde un’insidia.
edito dal Quotidiano del Sud

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