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A seguito delle elezioni amministrative di ottobre concluse con i ballottaggi di una settimana fa si è aperto un ciclo politico che avrà il suo momento culminante con l’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale. In poche settimane – il mandato dell’attuate capo dello Stato scade all’inizio di febbraio ma un mese prima il presidente della Camera convocherà i Grandi Elettori a Montecitorio – si decideranno gli schieramenti, si selezioneranno i candidati, si metteranno a punto le strategie in vista di un appuntamento cruciale, dal quale dipenderà il destino della legislatura che va a scadenza naturale fra 17 mesi. All’elezione del nuovo Presidente e all’esito della battaglia politica che la precederà sono però legati anche le fortune di equilibri politici, alleanze e conflitti che hanno segnato la nascita del governo Draghi e la sua attività interna e internazionale. Che il momento sia importante e l’attesa già febbrile lo dimostra il rincorrersi sui giornali e nei talk show televisivi di scenari diversi fondati su ipotesi e candidature ancora in buona parte premature. La storia più recente dimostra che l’elezione presidenziale viene decisa quasi all’ultimo momento, a volte quando le votazioni sono già in corso e le prime fumate nere hanno bruciato nomi eccellenti. Fu così per il primo settennato di Giorgio Napolitano, e anche sette anni fa quando fu eletto Mattarella e andrò in frantumi il patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi. Il “miracolo repubblicano” dell’elezione di Carlo Azeglio Ciampi alla prima votazione con amplissima maggioranza risale al 1999 e resta un esempio ineguagliato di concordia nazionale. La situazione politica, economica e sociale di oggi, con una epidemia non ancora domata e un’emergenza sanitaria in corso, richiederebbe un’assunzione di responsabilità pari a quella di allora; ma le premesse non si vedono. L’esito dei ballottaggi di Roma e Torino, con la conferma della vittoria del centrosinistra e la sconfitta delle destre, ha destabilizzato lo schieramento perdente ma ha provocato evidenti ripercussioni anche nel campo dei vincitori. A destra, Berlusconi, Salvini e Meloni hanno deciso di rivedersi insieme dopo mesi per ostentare un’intesa che è andata in frantumi nel giro di poche ore: i due leader sovranisti si sono subito scontrati fra di loro via web e il Cavaliere, in trasferta a Bruxelles, ha dovuto prendere atto della impraticabilità di un terreno comune sul quale agire nel contesto europeo. La candidatura del fondatore di Forza Italia per il Quirinale appare al momento un atto di omaggio ininfluente. Insomma, un paesaggio che dire frastagliato è eufemistico; ma anche a sinistra il successo ha evidenziato qualche problema. Intanto i numeri della vittoria. La partita più importante, quella di Roma, ha prodotto un risultato indiscutibile; ma Gualtieri ha preso al ballottaggio 200000 voti in meno di Virginia Raggi cinque anni fa e centomila in meno di Marino nel 2013; l’enorme massa dei renitenti al voto dovrebbe preoccupare tutti, in primo luogo i vincitori che dovranno governare bene per recuperare un dissenso letale per la democrazia. Poi, se le amministrative dovevano essere il banco di prova della strategia del Pd – il “campo largo” o il “nuovo Ulivo” vagheggiato ma non ancora disegnato –  si può dubitare che l’esperimento sia riuscito, un po’ per il crollo dei consensi grillini, un po’ per il mancato travaso di voti ai ballottaggi verso il candidato democratico uscito in vantaggio al primo turno; ma soprattutto per il gelido avvertimento di Conte dopo lo spoglio dei voti: col Pd confronto ma non subordinazione e anche l’appoggio al governo non è scontato. Ma così il campo si restringe, si apre una fase di turbolenze e tutto torna in ballo: alleanze, Quirinale e anche la legislatura.

di Guido Bossa

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