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Un nuovo patriottismo comunitario 

L’avvio della procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato Europeo da parte del Parlamento di Strasburgo – prevista per i casi di gravi violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo – verso Viktor Orbán e l’Ungheria apre lo spazio per una approfondita riflessione sul profilo ideologico e politico del Ppe che accoglie nella sua famiglia lo stesso Orbán.
Anzitutto i padri fondatori dell’Unione europea individuarono nel nazionalismo la bestia nera da combattere, dopo, la barbarie di Auschwitz. Attualmente vedere annoverati – sarebbe più esatto dire mimetizzati, ma non tanto – personaggi come Orbán viene da domandarsi anche che fine ha fatto il multiculturalismo europeo. Il popolarismo europeo, infatti (quello sturziano in particolare), con la centralità della persona, fondamentale nell’alveo culturale del personalismo cristiano, ponendo la cittadinanza con le sue connessioni culturali e politiche con l’idea della Nazione, contrasta non solo apertamente con le posizioni nazionalistiche di Orbán, ma mette in discussione, senza attenuanti, la sua appartenenza al Ppe. A fronte di queste macroscopiche contraddizioni appare sempre meno fecondo il tradizionale equilibrio del Ppe tra passato, presente e futuro se l’orizzonte, appunto futuro, dell’Europa e costellato dal rischio dirompente di nazionalismi anacronistici che minano nel profondo le fondamenta storiche e politiche dell’Europa dei popoli e non delle Nazioni. Per altro, tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, il multiculturalismo europeo venne considerato – salvo qualche timido e sporadico dissenso –una sorta di ortodossia, soprattutto dagli europarlamentari della CDU tedesca, coprendo gli spazi lasciati vuoti – dopo gli inizi degli anni 70 – dall’affievolimento dell’orientamento sturziano. Attualmente è significativo su questo filone l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione pronunciato recentemente dal presidente della Commissione Jane-Claude Jeunker, ribadendo, in sostanza, le sue buone intenzioni già espresse 4 anni fa, all’inizio del suo mandato. Che cosa manca, allora, all’Europa per delineare il suo voto politico con determinazione e chiarezza in ordine alle grandi questioni globali, come l’immigrazione? Ormai appare a tutti chiaro che un nuovo volto dell’Unione presuppone un sostanziale ed immediato abbandono di piccoli interessi nazionali riscoprendo un nuovo patriottismo comunitario come connettivo efficace per superare le crescenti spinte centrifughe che opacizzano totalmente i postulati politici e programmatici delle famiglie partitiche di appartenenza. È arrivato il momento che le ammucchiate del Ppe cedano il passo ad una appartenenza politica con radici profonde e condivise capaci di elaborare e promuovere progetti di sviluppo di ampio respiro politico e di lungo periodo per affrontare con autorevolezza comunitaria le grandi sfide globali attuali, tra cui l’immigrazione. Il nuovo volto dell’Europa si configura anche attraverso la ridefinizione del concetto di integrazione, superando i dubbi e le critiche che rendono difficile l’inserimento sociale dei giovani immigrati. Anzitutto l’integrazione va concepita come processo di lungo periodo che dipende da molti fattori, come il mercato del lavoro, l’accoglienza senza riserve, il sistema complessivo di welfare. Questi fattori, a loro volta, dipendono anche dalle politiche comunitarie, condivise e urgenti con normative che riguardano la cittadinanza, il discorso pubblico sugli immigrati, il clima di accettazione, il pregiudizio o rifiuto di determinate categorie di residenti stranieri, l’impostazione e attuazione di politiche educative e sociali, progetti di sviluppo nei paesi di provenienza dei flussi migratori, le risorse necessarie. Complessivamente occorrono azioni di sostegno visibili, concrete, permanenti per superare la paura diffusa anche per la mancanza di un progetto politico chiaro, razionale e condiviso. L’attuale populismo nazionalista del governo italiano in carica, certamente non aiuta, anzi rende ancora più nebuloso l’orizzonte comunitario europeo: senza sottovalutare gli scenari preoccupanti possibili, è necessario che tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, riscoprano i valori fondamentali delle origini che, comunque, hanno assicurato all’Europa stessa oltre settant’anni di pace e sviluppo.

di Gerardo Salvatore edito dal Quotidiano del Sud

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