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Un paese che non guarda al futuro

Interpretare le trasformazioni della società, sintetizzare i dati attraverso parole e metafore in linea con i tempi, offrire paradigmi interpretativi dei fenomeni sociali è diventato estremamente complesso in una realtà italiana ancora impantanata in una fase di transizione lunga e travagliata.

Da anni, il mese di settembre, che introduce l’autunno come stagione di riflessione e dibattito, porta ad un’ampia discussione collettiva sulla crisi economica e sociale del Paese, sulla sua attuale configurazione, sui modi per uscirne.

La ricerca del Censis, “Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo”, avvia una riflessione profonda e autentica che va oltre il rosario di dati e cifre, mostrandoci la carne viva e tremula di un Paese messo a nudo.

La virulenza degli strascichi della crisi del 2008 ha acuito, negli italiani, la paura per il futuro di un Paese le cui difese immunitarie sono state rese vulnerabili.

“Pesante eredità quella della crisi economica del 2008 che sta consegnando l’Italia ad un futuro di paura e rancore, impoverita di quelle fughe in avanti servite nei decenni passati a dare corpo al miracolo economico…Aspettative decrescenti, diseguaglianze sociali, paura di scendere nella scala sociale hanno generato la società del rancore, una società frammentata, debole, chiusa, regressiva”. Cosí il Censis descrive il Paese Italia, che nel guardarsi allo specchio si scopre solo, spaventato, rancoroso.

La crisi che blocca l’Italia è economica, ma anche sociale, e la ricerca Censis si pone l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune su una società italiana che si sta connotando per incertezza, paura, cautela, meno redditi, meno investimenti, zero consumi.

Una società italiana che sta profondamente cambiando, in un Paese alle prese con paure vecchie e nuove.

“Malanimo, fastidio per gli altri, soprattutto se diversi, e tante paure: ecco l’immaginario collettivo degli italiani oggi, in cui ogni sfida è percepita come una minaccia, mai come una opportunità. L’opposto dei miti, dei sogni e dei desideri dell’Italia dello sviluppo, della ricostruzione e del miracolo economico: un progresso sociale interrotto dalla grande crisi del 2008”, come ha avuto modo di spiegare il Direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii. Un tempo erano tv, cinema e carta stampata a diffondere miti positivi, obiettivi da raggiungere e riti collettivi, mentre oggi domina l’autoreferenzialità di internet e social network. Vincono immaginari personalizzati e reversibili, uniti da risentimento e paura.

L’analisi Censis restituisce l’immagine di un Paese Italia che nutre un forte disagio per il presente, ha una grande nostalgia del passato (7 italiani su 10 sostengono che “si stava meglio prima”) ed è incapace di investire nel proprio futuro.

Lo stillicidio di dati e cifre, a cui ormai ci siamo abituati, che tradotti nella realtà affrescano un quadro che eufemisticamente potremmo definire dai contorni foschi, è purtroppo calato in un contesto di sostanziale inerzia in un’Italia “cattiva”, triste senza un futuro da rappresentare.

di Emilio De Lorenzo edito dal Quotidiano del Sud

 

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