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Manca poco più di mese alla grande partita elettorale che riguarda oltre al referendum sul taglio dei parlamentari anche il voto di sei regioni e moltissimi comuni. Il dato più evidente è la grande partecipazione di liste e candidati. Una voglia di fare politica che indubbiamente rappresenta un successo. Una voglia di fare politica che indubbiamente rappresenta un successo ma dietro questo “esserci” si nasconde in realtà un modo di intendere la politica principalmente come quantità e non come qualità. Perdono di peso e consistenza i partiti e molto, se non tutto, è lasciato nelle mani dei candidati sindaci o dei presidenti di regione. Leadership fortissime durante la campagna elettorale che però sono costrette ad estenuanti mediazioni appena quest’ultima è terminata. Difficile governare assemblee con un pulviscolo di liste personali senza un baricentro politico. La legge elettorale di comuni e regioni è infatti un ibrido. Garantisce l’elezione diretta di sindaci e governatori che però devono successivamente mediare con partiti, liste e candidati eletti in modo proporzionale. Tutto si regge sulla capacità personale dei singoli primi cittadini o presidenti ed inevitabilmente il trasformismo dilaga. Il potere è sempre attrattivo e la capacità di negoziare con chi comanda prende il sopravvento nei consigli. Di questo tema che tocca direttamente la nostra democrazia non si parla in questa campagna elettorale dove si snocciolano le varie questioni come un “rosario” laico. Si declinano e ci si illude che i temi siano stati risolti e affrontati. Si attraversa però solo un deserto di idee e mancano visione e progettualità. Quest’anno drammatico per l’emergenza sanitaria e per la crisi economica ha messo ancora di più in evidenza la fragilità e la fatica dell’amministrare. Ci si è persi nel solito chiacchiericcio reso ancora più stonato rispetto al contesto di un paese sempre più in bilico e disilluso perché inevitabilmente il virus ha cambiato vita, politica e mentalità delle persone. Serviva un patto sociale per ripartire, una vera unità di intenti ed invece gli elettori andranno a votare per una serie di “carrozzoni” privi di identità. Si va avanti scegliendo i nomi con l’antico vizio governista che rivela un’impasse di fondo e un’assenza di politica. Il contrario di quello che è accaduto nel nostro dopoguerra quando il ruolo dei partiti, dei movimenti ha segnato una stagione con il protagonismo di soggettività e culture. Se sfumano i ricordi, se si affievolisce il rimpianto per un tempo lontano in questo strano ferragosto ci resta solo il solito teatrino. Una campagna elettorale dove per i partiti di maggioranza e opposizione conta solo la matematica dei numeri (su chi avrà conquistato più regioni e comuni) mentre il paese reale è alle prese con i problemi giganteschi di una possibile ripartenza. E poi c’è l’eterno dibattito sulla legge elettorale. Un deja-vu che va in scena in ogni legislatura dove questo tema immancabilmente si ripropone. Riforme che dovrebbero essere di sistema, fatte per un lungo periodo ed invece valgono solo per un presente immediato. Sono tutte queste cose messe insieme che allontano i cittadini dalle istituzioni ed è questa la vera distanza da colmare tra eletti ed elettori e non basta una partecipazione di facciata a coprire il vuoto della rappresentanza. Troppi attori della politica si muovono solo per riaffermare il loro protagonismo mentre servirebbe altro. Il direttore dell’Espresso Marco Damilano ritiene che “bisogna raccogliere l’opportunità rappresentata dalla tragedia della pandemia per riscrivere una tavola dei valori all’altezza del nuovo secolo che ormai ha già percorso un quinto del suo cammino. E allora che prima o poi, si riproporrà l’esigenza di avere una cultura politica, un modello organizzativo, una rappresentanza sociale, una leadership e una classe dirigente. Quello che manca, quello che serve”.

di Andrea Covotta

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