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Un politica per il turismo in Irpinia

 

A luglio e agosto impazzano le sagre popolari. Ogni paese ha la sua. Molti ne hanno più di una. In genere offrono piatti locali, prodotti e specialità del posto, ma non solo. La fantasia, la voglia di emulazione spingono alle trovate più diverse. Ci sono anche sagre della birra o di altri prodotti che non hanno nulla a che fare con il nostro territorio. In genere rispondono ad una esigenza di un popolo godereccio, che vuol divertirsi con pochi spiccioli. Perché non può andare al mare o ne è già tornato, o è venuto dalle città del nord per rivedere i luoghi natali e i parenti che ancora sono rimasti. Costituiscono il turismo di massa, mordi e fuggi, con il passare di una serata diversa dalle altre consumando, a prezzo contenuto, una pietanza non usuale, ascoltando musica popolare o provando a ritrovare il ritmo della tarantella che ballavano da giovani. Così, tra feste patronali, sagre, partite a briscola al fresco degli ombrelloni dei bar, passano le loro vacanze, non potendosi permettere luoghi esotici e costosi. E’ la continuazione del: panem et circeenses degli antichi romani, pur rivisitata al tempo della globalizzazione. Comuni, come Castelvetere, cominciarono ad organizzare le sagre e i divertimenti estivi (la maccaronara e la risata) fin dalla metà degli anni settanta, ben prima delle estate romane del sindaco Veltroni, e del compianto assessore Nicolini che inventassero le estati romane. Poi è venuta la globalizzazione ed il fenomeno si è esteso perdendo in parte, la sua originalità e lo spirito goliardico. Qualche osservazione. In primo luogo, al tempo dei romani, già dal primo secolo a.C. il panem era il salario di cittadinanza di oggi: una periodica distribuzione di grano alla plebe per sfamarla (gli storici contano dai 400.000 ai 600.000 cives romani su una popolazione di 1200.000 abitanti) e gli spettacoli al Circo erano frequenti e gratuiti, perché pagava l’erario e a volte, quando era vuoto, i governanti che erano tutti ricchi sfondati. Oggi nessuno ci rimette un euro. Il reddito di cittadinanza è di là da venire, la povertà è in aumento e le sagre vengono finanziate dagli stessi clienti, seppure ad un prezzo contenuto perché organizzate senza fine di lucro con il lavoro di molti volontari. In secondo luogo le sagre e gli spettacoli, ad esse abbinate, di musica popolare alla buona, cabaret e concerti di complessi quasi sempre locali, costituiscono il turismo mordi e fuggi che non cambia la situazione di crisi, specie della nostra provincia, anzi a volte crea più danni perché finisce, pur non volendo, per penalizzare le poche strutture turistiche che sono in grosso affanno a causa di una inefficiente ed inefficace politica di valorizzazione dei nostri beni artistici e delle bellezze del nostro territorio, lasciate, spesso all’incuria e alla cinipide, che sta distruggendo le nostre selve, e per il cronico stato delle nostre strade insufficienti e dissestate e per la scarsa fruibilità delle nostre montagne. Ne è dimostrazione lo stato di abbandono dell’altipiano di Verteglie e del Laceno, dove si continua a chiamare lago un pantano di qualche decina di metri quadri, le vicissitudini della ferrovia Avellino Rocchetta Sant’Antonio, che si trascina da tempo immemorabile, la chiusura per anni della funicolare di Montevergine, per ragioni di ordinaria manutenzione e la contemporanea chiusura, per qualche mese, della strada che porta al Santuario per le solite cadute massi. E’ di questi giorni la chiusura della Ofantina bis presso il bivio di Chiusano per la caduta di qualche sasso a causa di un acquazzone, che, in queste zone sono frequenti. I politici di turno si sono affrettati a declamare urbi et orbi il loro fattivo interessamento ed i lavori che si potrebbero fare in qualche giorno prendono mesi nel dimenticatoio generale. In questa dimostrazione di inefficienza, nella più totale mancanza di una politica del turismo e dell’accoglienza (in una regione che vanta beni culturali e paesaggistici famosi nel mondo) ben vengano le sagre dalle quali sono mantenuti lontani i politici e sono ben organizzate da volontari che hanno la politica “in gran dispetto”! A settembre, purtroppo, tutto finisce, si ritorna nelle città e ricomincia lo spettacolo della politica negli stucchevoli salotti televisivi. Che barba!
edito dal Quotidiano del Sud

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