Martedì, 28 Luglio 2026
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Una stagione politica va in archivio

 

Fra poco più di una settimana il referendum, sulla Costituzione, qualunque sia il risultato, archivia una stagione politica e forse anche la legislatura. Se vincerà il Sì, sarà ben difficile per il Parlamento arrivare alla scadenza naturale (febbraio-marzo 2018) ignorando che il voto popolare ha eliminato il Senato almeno nella sua attuale composizione; con la vittoria del No, le dimissioni di Matteo Renzi sarebbero la naturale conseguenza del responso delle urne, ed è facile immaginare che si aprirebbe una crisi senza sbocco, anche perché i rapporti politici fra maggioranza e opposizione e all’interno dello stesso Pd uscirebbero gravemente compromessi. Dunque, comunque vada a finire, una svolta in piena regola. Per comprenderne la portata, più che ingegnarsi a ipotizzare scenari imprevedibili, conviene ragionare sui dati di fatto, a partire dalle condizioni in cui si trovavano il Paese e il Parlamento all’inizio della fase che si sta per concludere. Le elezioni del 24-25 febbraio 2013, svolte con una legge elettorale molto contestata ma che nessuno aveva voluto emendare e che solo la Consulta avrebbe poi dichiarato parzialmente incostituzionale, avevano dato una forte maggioranza alla coalizione vincitrice alla Camera, ma un Senato ingovernabile per via della distribuzione regionale del “premio”: un marchingegno fatto apposta per complicare le cose ai governi. Si disse subito che la legislatura era nata zoppa e che avrebbe avuto vita difficile. Facile profezia. Al momento del voto era ancora in carica per gli affari correnti l’esecutivo guidato da Mario Monti, nato per impulso del presidente della Repubblica e quasi imposto dall’emergenza economico-finanziaria frutto dell’agonia del berlusconismo. C’è ancora in giro qualche protagonista di quella sciagurata stagione che la rimpiange, approfittando della labile memoria degli italiani: la realtà è che il Paese alla fine del 2012 era sull’orlo della bancarotta, e solo l’amara medicina prescritta dal professore della Bocconi (con qualche vistoso errore terapeutico come, per alcuni aspetti, la legge Fornero), ne evitò il collasso. Il governo Monti soffriva di un vistoso deficit di visione politica, ma la politica, destinata a recuperare il suo ruolo dopo il lavacro elettorale, ebbe vita stentata per via del peccato originale (il “porcellum”) che l’aveva tenuta a battesimo. Comunque, grazie a iniziative palesi e manovre occulte, in cui ambizione e spregiudicatezza sono andate a braccetto, il Parlamento ha potuto muovere i suoi passi dando la fiducia a due governi (prima Letta poi Renzi) e varando un pacchetto di riforme economiche e sociali che, anche grazie ad un favorevole sviluppo della congiuntura internazionale, hanno consentito all’Italia di rimettersi in carreggiata. Ora siamo però al punto di arrivo, ed è a suo modo paradossale che i conti vengano fatti davanti al corpo elettorale nel momento in cui giunge a compimento la più ambiziosa delle riforme, quella della Costituzione, attesa da trent’anni e presentata dai suoi difensori come l’ultimo treno utile per mettere il nostro sistema istituzionale al passo con quelli delle democrazie avanzate. Guardando in prospettiva, si può dire che la XVII legislatura, che sta per finire, è stata una fase di decantazione, tra la fine della cosiddetta seconda Repubblica che aveva a suo modo visto l’alternanza al potere di due coalizioni contrapposte, e l’inizio di un nuovo ciclo dai contorni ancora da definire. Per ripartire col piede giusto, dopo il voto referendario, bisognerà evitare di commettere gli stessi errori di un passato che ben conosciamo; e dunque respingere la tentazione di affidarci di nuovo ad un governo tecnico come quello suggerito in maniera non certo disinteressata dall’Economist (gli inglesi vedrebbero di buon occhio un gabinetto scolorito al centro del pacchetto di mischia europeo destinato a contrattare la Brexit); e quella altrettanto insidiosa di partorire una legge elettorale non in grado di produrre una chiara maggioranza politica in uno scenario che vede la moltiplicazione dei soggetti in competizione. La paralisi sarebbe lo scenario peggiore del dopo referendum: il recupero del primato della politica l’approdo cui la crisi attuale deve assolutamente puntare, per mettere a tacere le sirene di un populismo parolaio quanto inconcludente.
edito dal Quotidiano del Sud

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