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Una visione per l’Europa

 

Rischia di essere corto e di breve durata il sospiro di sollievo che molte cancellerie europee (non tutte) hanno emesso dopo l’esito del ballottaggio che alle presidenziali austriache ha sancito la vittoria di strettissima misura del candidato dei Verdi Van der Bellen contro il nazional-populista Hofer, trionfatore al primo turno. Più un rantolo che un anelito liberatorio, perché anche l’ultima tornata elettorale, questa volta nel cuore dell’Europa, ha confermato che i movimenti antisistema stanno minando alla base l’architettura comunitaria e ne ipotecano pesantemente il futuro. L’analisi dei risultati dimostra che solo le élites votano per l’Europa, mentre i popoli europei si rifugiano nel nazionalismo o, per paura, danno ascolto alle sirene xenofobe: lo stesso era accaduto in Francia a partire dalle europee del 2014, quando il Front National fu consacrato primo partito e solo la convergenza di socialisti e conservatori aveva sbarrato il passo a Marine Le Pen. Ma quanto potrà resistere un bastione che appare puramente difensivo e fondato su alleanze innaturali? Già fra meno di un mese gli inglesi potrebbero decretare la fuoriuscita dall’Unione, eventualità tutt’altro che scongiurata ma che terrorizza governi, alta finanza, e leader mondiali (anche Barack Obama ha fatto campagna contro la Brexit). In realtà, le spinte centrifughe sono diverse e diversamente motivate: nel Nord Europa contano il totem del rigore di bilancio e l’insofferenza per l’indisciplina dei paesi mediterranei; nell’Est la minaccia dell’orso russo fa soffiare venti di guerra fredda; un po’ tutti temono un’invasione incontrollata di migranti, che in realtà non c’è. Motivi di insoddisfazione che alimentano la diffidenza e lo scetticismo; pulsioni irrazionali e paure alle quali l’Europa risponde con affanno e con politiche di corto respiro, moltiplicando summit e vertici straordinari che spesso si limitano a rinviare la soluzione dei problemi o a mettere una toppa provvisoria dove proprio non se ne può fare a meno. Prendiamo il problema dei migranti, che bussano alle porte dell’Europa da sud e da est, fuggendo da situazioni di guerra o da una fame endemica. La situazione è drammatica: il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha convocato un vertice umanitario mondiale ad Istanbul, città cerniera tra Europa e Asia, tentando di imporre una sua “agenda” che comprenda la soluzione dei conflitti, la tutela di rifugiati e sfollati, la promozione del diritto internazionale. Sono temi europei per eccellenza: l’Europa unita, che si appresta a compere 60 anni, è nata sulla macerie della seconda Guerra mondiale perché ha deciso di farsi carico della ricostruzione non solo materiale del vecchio continente, e quindi ha messo al centro dei suoi obiettivi la difesa dei diritti umani sia al suo interno che nel resto del mondo, scrivendo in cima alla sua Carta costitutiva valori quali la libertà, la dignità umana, la democrazia, l’unità della famiglia umana, la solidarietà. Principi che ora si disperdono in mille rivoli, fra trattative defatiganti, ricatti meschini, minacce e ritorsioni. Nella diffusione incontrollata dell’euroscetticismo pesano da una parte l’affollarsi di problemi vecchi e nuovi, dall’altra l’incapacità delle istituzioni europee di dare risposte convincenti e rassicuranti. Il che porta ad un degrado progressivo dei livelli di convivenza sotto lo stesso tetto. Proprio Angela Merkel, cui va riconosciuto il merito di avere almeno tentato di affrontare l’emergenza migranti in un’ottica condivisa, ha dovuto ricordare recentemente che non si può stare in Europa senza garantire il pluralismo politico, l’indipendenza della magistratura, l’autonomia dell’informazione, la libertà dei parlamenti. L’interlocutore diretto era il leader turco Erdogan, che bussa alle porte dell’Unione ma non intende rispettarne i parametri democratici; ma il monito vale anche per paesi come la Polonia, l’Ungheria o la Slovacchia, che fra meno di due mesi assumerà la presidenza di turno dell’Unione e che vede nella coalizione di governo un partito che si definisce nazionalsocialista. Insomma, la crisi galoppante richiama l’Europa a valorizzare le sue origini e ripristinare i suoi principi, perché, come ha detto il presidente Sergio Mattarella: “Senza visione, ideali, sogni, la politica si inaridisce, perde il suo slancio vitale. E lentamente finiscono per prevalere la paura, il sospetto, gli egoismi, la tentazione di rinchiudersi nei recinti di malintesi interessi nazionali”.
edito dal Quotidiano del Sud

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