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Usura ed estorsione, arrivano le condanne per quattro esponenti del clan Cava

Trentuno anni di carcere per quattro imputati a vario titolo di associazione a delinquere, usura, estorsione, esercizio abusivo del credito aggravato dal metodo mafioso e per aver favorito il clan Cava. I giudici del Tribunale Collegiale di Avellino presieduto da Sonia Matarazzo hanno accolto le richieste di condanna avanzate dal pm antimafia Ilaria Sasso. Galeotalanza Florio, accusato di associazione a delinquere in qualità di reggente del clan Cava dopo gli arresti di Biagio e Salvatore Cava, è stato condannato ad 11 anni di reclusione, assolto da una ipotesi di estorsione al capo 6 per non aver commesso il fatto. Otto anni (la richiesta era stata di sette) la condanna per Cava Salvatore jr, anche per lui arriva l’assoluzione per il capo 6 relativi ad un estorsione.

Accolta la richiesta di condanna a sette anni per Miranda Antonio, che risponde di un’estorsione con metodo mafioso. Quattro anni di reclusione per Paolo Rozza, accusato di una vicenda per cui non è stato riconosciuta l’aggravante mafiosa. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni. La vicenda processuale era relativa alle dichiarazioni rese dal defunto collaboratore di giustizia Aniello Acunzo all’Antimafia e le relative indagini da parte della Squadra Mobile di Avellino.Il procedimento, che vede imputati anche Salvatore Cava, il figlio del boss Biagio, il cugino Florio Galeota Lanza, nasce dalle dichiarazioni rese a partire dall’estate 2013 da parte dell’ex affiliato al clan Cava, Aniello Acunzo, anch’egli imputato per il quale il tribunale collegiale ha emesso sentenza di non luogo a procedere per intervenuta morte del reo. Ireati contestati a vario titolo sono quelli di associazione di tipo mafioso e, in modo particolare, quello di usura aggravata anche dal metodo mafioso

Il PM antimafia Ilaria Sasso aveva chiesto condanne per un totale di trentanove anni di carcere per cinque persone accusate di associazione a delinquere, usura, estorsione, esercizio abusivo del credito aggravato dal metodo mafioso, e per aver favorito il clan Cava.Il Pubblico ministero della DDA aveva costruito la sua requisitoria sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Acunzo che aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Acunzo aveva fornito dettagli cruciali, dichiarando fatti vissuti in prima persona, non appresi da terzi. Le sue dichiarazioni aevano portato all’identificazione delle vittime, le cui testimonianze rappresentano una fonte autonoma di prova.SLa pm dell’Antimafia aveva sottolineato nella sua requisitoria, che, sebbene le dichiarazioni di Acunzo abbiano originato il processo, queste non fossero l’unica fonte di prova. Le vittime avevano confermato le accuse, riscontrate anche da altri elementi acquisiti durante le indagini. Il PM
aveva,al termine della sua requisitoria, aveva chiesto condanne per tutti gli imputati, esclusa l’aggravante mafiosa per alcuni capi d’accusa.

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