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Un bambino che cade in un pozzo, una tragedia famigliare che diventa una tragedia nazionale. E’ quello che è accaduto quarant’anni fa il 10 giugno del 1981 a Vermicino, un piccolo luogo alle porte di Roma.  Alfredino Rampi, 6 anni, attraversa un campo per tornare a casa, non ci tornerà mai. I genitori lo cercano disperati e solo dopo molte ore qualcuno capisce e si accorge della disgrazia. Un fatto di cronaca che tiene per quattro giorni tutta l’Italia con il fiato sospeso, un dramma che cambia per sempre la nostra televisione. All’epoca c’è solo la Rai e le telecamere di tutti i Tg realizzano, con i mezzi di allora, la più lunga telecronaca nella storia dell’azienda del servizio pubblico. La televisione segue attimo per attimo tutto quello che accade, i tentativi per liberare il piccolo Alfredino. Il più vicino a salvarlo è un operaio sardo, Angelo Licheri, che voleva arrivare dove gli speleologi con le loro trivelle, non erano arrivati: afferrare Alfredino e tirarlo su. Entra a testa in giù nel pozzo per farcela, prova a prenderlo ma per tre volte gli sfugge. Ha raccontato che parlando con il piccolo gli prometteva “quando usciamo di qui ti compro una bicicletta, i miei bambini ce l’hanno, giocherete insieme”. Fa diversi tentativi tutti andati a vuoto e allora torna indietro, ferito, insanguinato e per sempre sconvolto. La presenza delle telecamere attorno al pozzo moltiplica la presenza disordinata e controproducente di curiosi, gente comune, volontari. Oltre ai giornalisti della Rai ci sono i tanti cronisti di quotidiani ed agenzie ed arriva anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. E’ quella, insomma, l’occasione nella quale la televisione alimenta il dramma e nasce la cosiddetta Tv del dolore che da allora ad oggi accompagna e spesso modifica le priorità dell’informazione. La tragedia di Vermicino fa cadere il velo del pudore, il destino di una vita umana raccontata attraverso le immagini in diretta. A distanza di 40 anni Franca Rampi, la mamma, e Ferdinando, il papà, sono ancora vivi mentre Riccardo, il fratello minore di Alfredino, è morto il 16 maggio del 2015 dopo una serata in discoteca: aveva 36 anni ed era a una festa di addio al celibato. La storia, dunque, diventa non solo il racconto di un destino tragico che travolge una famiglia italiana ma quella di un Paese che si ferma ad osservare un dramma che da piccolo diventa grande e cambia, per sempre, la nostra percezione di guardare da uno schermo la realtà. L’Italia di quel 1981 sta uscendo dagli anni di piombo che hanno insanguinato il Paese e sta entrando in una stagione più spensierata e meno ideologica. Mutano in fretta scenari ed equilibri e oggi gli anni Ottanta sono ricordati per eccessi e superficialità. La morte di Alfredino è quindi uno spartiacque non voluto, accidentale, il momento come dice lo scrittore Francesco Piccolo “in cui la televisione cambia per sempre e diventa il luogo dove le cose accadono. Il motivo per cui la televisione, cambia, inconsapevolmente, e si ferma su questa storia, è esattamente il contrario di come finirà: sono tutti sicuri che finirà bene, che ce la faranno – è questo il motivo per cui si decide di fare la diretta: gli italiani sono coinvolti emotivamente, sono catturati emotivamente, questo fatto di cronaca terribile si trasforma in un racconto e chi decide di farlo è sicuro che avrà un finale che riscatterà tutta questa sofferenza”.  Accade quello che nessuno vorrebbe, tutti sperano in una felice soluzione come nelle favole ed invece la TV certifica con tutta la sua immediata forza documentatrice la morte in diretta di un essere umano.

di Andrea Covotta

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