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Violenza o diritto: cosa chiede l’Europa

Dalla casalinga di Voghera al pistolero di Voghera: è l’evoluzione dei tempi. Del resto uno spiacevole incidente può capitare a tutti. Chi è che non va in giro con una pistola cal. 22 in tasca con il colpo in canna?

Se si verifica una lite e il pistolero cade in terra, un colpo ci può sempre scappare. Del resto se un marocchino che infastidisce gli avventori di un bar incontra un pistolero, l’esito  infausto per il molestatore è nella natura delle cose. Per fortuna non hanno avuto esito infausto le manifestazioni che si sono svolte a Genova organizzate dal comitato «Genova 2001-2021, voi la malattia noi la cura» per ricordare gli avvenimenti del luglio del 2001 che segnarono, secondo Amnesty International: «La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.»

La sera del 21 luglio si è svolta una manifestazione di fronte alla scuola Diaz alla presenza di alcune delle vittime  in cui è stato letto un messaggio della Giunta distrettuale ligure dell’Associazione Nazionale Magistrati. Intervenendo a nome del Comitato per lo Stato di diritto, Marcello Basilico, ha osservato: “In questo cortile, nell’edificio qui di fronte a noi, risuonano ogni giorno le voci, i passi, i gesti di insegnanti e studenti. E’ un luogo in cui, da decenni, lo Stato affida ai docenti la cura dei giovani, perché loro domani possano mettere a frutto della comunità il sapere che vi è stato trasmesso. (..) La sera del 21 luglio 2001 lo Stato, per mano dei propri servitori, ha dunque compiuto un doppio scempio: ha violato il fisico e la mente di esseri umani; ha tradito la promessa di futuro racchiusa in ogni suo edifico scolastico. In una scuola, noi crediamo, si entra in punta di piedi, con rispetto, quasi con una devozione laica che si deve a un tempio quello dedicato allo studio e allo sviluppo della persona. Vent’anni fa, invece, la Diaz fu violata brutalmente e illegalmente da chi, immemore dell’impegno assunto secondo Costituzione, aveva la funzione di proteggere i cittadini agendo con disciplina e onore.”

Violenza e diritto si fronteggiano in tutti gli aspetti della vita pubblica e privata.

L’Associazione nazionale magistrati ha osservato che la principale innovazione prevista dalla riforma, l’istituto dell’improcedibilità del processo per scadenza del termine, “non contiene una misura acceleratoria, capace di assicurare una durata ragionevole, ma un meccanismo eliminatorio di processi destinato ad operare senza poter essere illuminato da un criterio fondato sulla gravità e sulla natura dei reati oggetto di trattazione”. Purtroppo la Ministra Cartabia non ha dato ascolto al grido d’allarme lanciato dal procuratore antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho, e, rispondendo alla Camera nel question time, ha bypassato i fatti (cioè la dura legge dei numeri), assicurando irresponsabilmente che i processi per mafia e per terrorismo non andranno in fumo. In questo momento è in atto un confronto politico con un duro conflitto all’interno della stessa maggioranza di governo, per questo motivo la discussione sulla riforma che doveva andare in aula oggi è stata rinviata di dieci giorni. E’ evidente che se prevarrà il partito dell’impunità, crescerà nella società il livello di sopraffazione e violenza che l’azione di contrasto effettuata da polizia e magistratura aveva significativamente prosciugato. E’ importante evitare che le procedure giudiziarie per fatti criminosi non prescritti non vadano in fumo, ma è importante anche evitare che si utilizzi la riforma, pur sempre necessaria, per mettere un cuneo nel modello costituzionale di indipendenza del Pubblico Ministero. La vicenda di Genova ci segnala quanto sia indispensabile per la salute della democrazia nel nostro paese l’indipendenza del Pubblico Ministero rispetto al potere politico e quanto sia negativo il modello del PM come avvocato della polizia accarezzato da coloro che propugnano la divisione delle carriere. Per quanto possa sembrare strano, la perenne aspirazione della politica a mettere le mani sul PM ha trovato eco persino nella riforma Cartabia che – in teoria – dovrebbe essere orientata a fornire ai cittadini una giustizia più veloce ed efficiente. Si tratta della norma che assegna al Parlamento di predeterminare con legge i criteri di priorità per l’esercizio dell’azione penale. Ha osservato in proposito Armando Spataro: “Non è in alcun modo giustificabile la previsione secondo cui gli uffici del pubblico ministero, per garantire l’efficace e uniforme esercizio dell’azione penale, dovrebbero individuare criteri trasparenti e predeterminati di priorità nella trattazione degli affari, ma nell’ambito dei criteri generali indicati con legge del Parlamento. Orbene (..) la selezione delle priorità di intervento dei pubblici ministeri, anche solo nell’ambito di linee guida generali e non di un cogente catalogo di reati, non può essere materia di competenza del Parlamento (e, conseguentemente, delle maggioranze esistenti) perché ciò aprirebbe la strada a seri pericoli per l’autonomia della magistratura e dei pubblici ministeri in particolare, e finirebbe con il determinare seri rischi per il principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale, che garantisce anche l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.” E per favore non ci vengano a dire: ce l’ha chiesto l’Europa!

di Domenico Gallo

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