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Lettera aperta ai coraggiosi ed onesti

Nella vita di ciascuno di noi si presenta sempre l’ora delle scelte. Da queste, molte volte, dipende il nostro contributo per una società più giusta, indirizzata al bene comune. Uno di questi momenti è rappresentato dall’espressione del voto, in occasione di una competizione elettorale. Per stare alla nostra realtà il confine è limitato ad una parte della provincia irpina, ma soprattutto al voto che i cittadini del capoluogo dovranno esprimere il prossimo 26 maggio. Una premessa. La formazione delle liste dei candidati per la elezione del sindaco del capoluogo e dei componenti del Consiglio comunale è stata un’operazione complessa, conclusasi, come dirò più avanti, non senza colpi di scena. Il quadro che si presenta davanti all’elettore è un puzzle difficile da ricomporre. Le divisioni, in ciò che rimane dei partiti, hanno condizionato le scelte. Nel centrosinistra come nel centrodestra. Complessivamente la classe dirigente che si propone all’elettore è, in genere, di scarsa qualità e, talvolta, discutibile sul piano della pubblica moralità. Non a caso per completare le liste si è dovuto faticare non poco, raggiungendo alla fine un risultato ambiguo, con aggregazioni tra soggetti distanti nel pensiero, ma costretti a correre insieme. Proprio per questo il cittadino elettore è chiamato a fare scelte oculate e ad esercitare quel ruolo di arbitro, come auspicava Roberto Ruffilli, ucciso dalle Br, nelle sue acute riflessioni sulla partecipazione democratica. In realtà, un primo dato di osservazione ci consegna una incontestabile verità: il civismo spurio ha soppiantato la politica. Se è vero che nelle competizioni locali i simboli sono il frutto di bizzarre fantasie (colombe, rami di ulivo, fiori di ogni tipo, ecc.) è altresì evidente che in questa circostanza i tradizionali simboli sono, nella maggior parte dei casi, spariti, quasi rappresentassero un qualcosa di cui vergognarsi.

C’è una motivazione, io penso. I partiti non hanno più selezionato classe dirigente mostrando così il loro volto peggiore: l’esaltazione del personalismo, l’esasperazione dell’individualismo. E’, quindi, evidente che nel momento in cui più debole è la politica- progetto e coloro che dovrebbero attuarla diventano solo numeri, la comunità viene esposta a rischi imprevedibili. La fragilità del tessuto sociale, la mancanza della giusta indignazione, il disinteresse e l’abulia, favoriscono appetiti speculativi, creando spazi notevoli ai comitati d’affare. Questi non agiscono direttamente, ma si servono e usano strumentalmente le ambizioni di irresponsabili che dovranno poi garantire la gestione degli affari. Sono storie che fino a qualche anno fa non erano presenti nella nostra realtà, anche se essa non era esente da operazioni clientelari, comunque condannabili, ma ben lontane dalla politica del malaffare. Questa si è insediata subito dopo che la classe dirigente endogena aveva smesso di pensare e di agire sulla base di una politica-progetto. In una prima fase gli eredi di quella politica hanno dilapidato un grande patrimonio di idee. Penso a quegli amministratori locali, alcuni dei quali presenti oggi nelle liste, o a qualche loro ispiratore, che, con la complicità di dirigenti comunali, hanno abusato del proprio ruolo attraverso subdole assunzioni precarie di personale: clientelismo spicciolo che però è finalizzato ad assicurarsi il consenso elettorale.

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La scena è mutata quando nel tessuto sociale irpino, non ancora del tutto infetto, si sono inseriti personaggi estranei alla realtà, ma interessati ad allargare il consenso sul piano regionale. Penso, ad esempio, all’ex sindaco di Salerno e oggi governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che profittando dell’assenza di pensiero da parte degli orfani di una classe dirigente illuminata, hanno adottato i servi di ieri che subito sono saliti sul carro del vincitore pro-tempore. Oggi la rappresentanza irpina nel consiglio regionale della Campania è tutta ripiegata sul volere del governatore che è un passivo testimone nel disastro dell’Alta Irpinia. Questa riflessione sarebbe incompleta se non registrasse, per onore di verità, che, oltre ai consiglieri regionali, anche alcuni autorevoli personaggi delle zone interne si sono prestati al successo di De Luca in cambio di una maggiore attenzione per settori importanti come la sanità.

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Ma l’invasione non ha riguardato solo Vincenzo De Luca. Ben più pericolosa è stata quella del sannita Umberto Del Basso De Caro. Sia chiaro: è persona perbene e intelligente, scaltro nella gestione del potere, socialista a tutto tondo, poco influente nel suo territorio sannita, ma diventato protagonista nella realtà irpina. Addossargli delle responsabilità sarebbe ingeneroso. De Caro ha fatto la sua parte, anche utilizzando la sua amicizia con l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, ma soprattutto servendosi dei trasformisti senza dignità che, anche stavolta, sono rimasti affascinati dal potere che l’ex sottosegretario alle infrastrutture del governo Gentiloni, esercitava, distribuendo stracci di potere. De Caro ha imbarcato sulla sua zattera il peggio degli esponenti di secondo piano della realtà politica irpina, sostenendo candidature opinabili, ma soprattutto giocando il doppio ruolo nell’essere appartenente di spicco del Pd, ma decretando nei metodi una irreparabile spaccatura nel momento elettorale.

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Dalle spaccature, non solo nel Pd, bisogna ripartire per riflettere sulla composizione delle liste di questo turno elettorale. Non per contraddirmi con quanto prima sostenuto a proposito dei simboli, ma la novità viene proprio dal Pd. Zingaretti ha preteso, infatti, che il simbolo del partito dovesse essere patrimonio di chi, in questi anni ha lottato, tra mille critiche e incomprensioni, per l’unità del partito. Qualcuno aveva tentato di sfasciare tutto. Orchestrando oscure manovre che avrebbero dovuto favorire l’ingresso nella coalizione di chi non aveva avuto il pudore, nel passato, di esprimere severe e ingrate critiche. Lungi da me malevoli interpretazioni. Eppure sono stato costretto a leggere una mortificante realtà quando il segretario regionale del Pd, Leo Annunziata, intervenendo a gamba tesa nella politica provinciale, annunciò, tuoni e fulmini, che la linea del partito nazionale si distaccava da quanto accadeva ad Avellino. Mi sono chiesto, rileggendo più volte l’agenzia che attribuiva a Zingaretti volontà diversa da quella dei dirigenti irpini, perché mai essa fosse in partenza da Napoli, quando il segretario nazionale del partito ha a sua disposizione a Roma una pletora di addetti stampa? Si è chiarito tutto quando il segretario Zingaretti ha autorizzato il Pd irpino a usare il simbolo del partito. Così sono state messe a tacere anche le maldicenze di chi aveva osato pensare che essendo il segretario regionale del Pd interessato all’insegnamento dell’Università suor Orsola Benincasa di Napoli, convenzionata con la scuola politica di Nusco, avrebbe tentato un golpe per favorire qualche esponente politico locale mai premiato dal consenso elettorale, ma sempre cooptato per ruoli importanti. Miserie umane che se non si raccontassero favorirebbero i furbetti della politica e chi a loro, consapevolmente o inconsapevolmente, presta il fianco. In ogni caso il pericolo è stato scampato.

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Torno ai comitati di affari. Il pericolo che essi mettano le mani sulla città è incombente. E’ la fragilità della politica, il tessuto sociale sconnesso, la burocrazia amministrativa infetta che possono diventare veicolo del malaffare. Anche qui bisogna distinguere, approfondendo il tema della criminalità. C’è quella violenta, che pratica usura, che gestisce il pizzo, che avverte con bombe nei cantieri e che, come la storia criminale insegna, intimidisce per catturare il consenso. C’è un altro tipo di delinquenza che attraverso il voto di scambio, con la pratica della clientela e gestendo beni pubblici, inquina la società civile e cattura il consenso facendo leva sulla povertà e il bisogno. Questo tipo di criminalità prolifera soprattutto catturando il consenso nelle periferie, nei quartieri degradati, dove il bisogno raggiunge i limiti della sopravvivenza. C’è, infine, un altro profilo della criminalità, a mio avviso, il più pericoloso. E’ elegante nell’atteggia – mento e nell’abbigliamento, è sempre pronto ad acquisire patrimoni in difficoltà, semmai partecipando a gare giudiziarie, intimidendo altri concorrenti, capace di realizzare, talvolta in breve tempo, fortune insperate. Da questa criminalità, che potrebbe avere un colletto bianco, talvolta con segni di unto, nasce il comitato di affari che può, nella sua ingordigia, togliere la dignità di una città, asservendola ai propri voleri. I personaggi che danno vita a questi comitati spesso non appaiono direttamente, ma muovono pedine pronte a conseguire, per danaro o ambizioni personali, ruoli sociali di notevole portata. Conoscendo la mia città, interpretandone gli umori, leggendo qualche nome nelle liste non mi sentirei di escludere la presenza di soggetti appartenenti a queste categorie.

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Di qui il mio appello alle donne, agli uomini, ai giovani della città che per la prima volta si recano alle urne il prossimo 26 maggio, portando una ventata di pulizia e il desiderio del cambiamento: il futuro della nostra città dipende anche dalle vostre scelte. Nel momento in cui l’identità politica, l’appartenenza orgogliosa ad un ideale sono venuti meno, indirizzate la vostra scelta premiando competenza e merito. Siate liberi per rendere libera la comunità, siate coraggiosi per respingere ogni forma di intimidazione o pressione che potrebbe giungere da promesse che non saranno mantenute. Soprattutto ascoltate i protagonisti di questa campagna elettorale che fino ad ora è stata vissuta attraverso lacerazioni e insulti. Guardate negli occhi i candidati e se alle vostre domande rispondono con lo sguardo rivolto altrove, diffidate.

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La città è un bene comune. Oggi Avellino è balcanizzata. Nessun cantiere è giunto a compimento. Varianti e speculazioni assorbono risorse che la fragilità dell’economia dell’ente locale non può permettersi. Avellino porta su di sé il carico di passate gestioni fallimentari per responsabilità politiche e non solo. La città può cambiare se si nutre della passione civile, di un sentimento più volte tradito: l’amore per essa, A voi la scelta.

di Gianni Festa

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