Martedì, 18 Agosto 2026
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Si fa un gran parlare dello spopolamento delle zone interne e della difficoltà nel ricercare soluzioni contro la desertificazione. Per anni si è registrata una non politica con risultati a dir poco insoddisfacenti. Andare via dai paesi del “presepe”, per citare la buonanima del meridionalista Francesco Compagna, aveva il significato di una fuga dalla sonnolenta situazione senza prospettiva. Era come fuggire da quell’inferno di solitudine in cui il racconto sul passato di chi restava si modulava su una caparbietà di restanza obbligata dal sentimento della radice e la consapevolezza di un futuro ignoto e perciò senza certezze. Più nel Mezzogiorno che nelle vallate del nord, dove resisteva la cultura del turismo, sia per un dato infrastrutturale, che per una diversa organizzazione produttiva. Il fattore emigrazione “per paesi assai lontani” è stato vissuto come una liberazione e una conquista sociale conseguente all’impegno di un lavoro che sconfiggeva i desolanti e mortificanti ritmi della povertà. Non a caso il ritorno degli emigrati nei comuni dai quali erano stati costretti ad andare via, per quel che ricordo, si manifestava con il possesso dello stereo in auto a tutto volume o con l’esposizione di un filo leopardato sull’antenna dell’auto luccicante. E fin quando questo meccanismo ha funzionato, producendo anche una emulazione all’emigrazione, nelle zone interne la sopravvivenza è resistita soprattutto per le rimesse di chi era andato via.

Il tempo successivo segnava, con l’ingresso delle nuove tecnologie e un diverso modello del lavoro, la sconfitta di quella civiltà contadina che metteva insieme i valori di un’antica risorsa umana e la dura fatica dei campi. Fu quello il tempo del cosiddetto “miracolo economico”, dell’industrializzazione a tutto spiano, con la nascente figura del “metalmezzadro”, cioè il contadino che fino ad allora aveva lavorato nei campi e che ora conquistava un posto di lavoro nella fabbrica, senza però rinunciare alla sua anima contadina a cui dedicava il tempo del lavoro nei campi. Questo, a mio avviso, fu il primo segnale non compreso che insieme all’abbandono della vocazione territoriale agricola, sempre più orfana di braccia che la curasse, cambiava un modello di vita, di opportunità e di pensiero, di chi abitava le zone interne. La politica e la sua classe dirigente, che pure opportunisticamente dai comuni delle zone interne raccoglieva consensi elettorali, e la stessa chiesa che vedeva agli appuntamenti con i propri riti folle strabocchevoli, non ebbero lo sguardo lungo, e con una visione miope legata al presente nel tempo non si sono impegnate per quelle che poi sarebbero diventate “zone interne”, con tutto ciò che oggi significa. I soggetti della responsabilità collettiva, ovunque essi agiscano (politici, religiosi, mondo della scuola), sono diventati i maggiori nemici dell’arretramento culturale e sociale che si registra soprattutto nel Mezzogiorno. Non mi si consideri fuori dal tempo, ma riflettendo su ciò che si è registrato nelle aree fragili, sulle quali oggi mi soffermo, mi viene in mente l’artista napoletano Mario Merola, (tanto deriso da una certa cultura cosiddetta snob) nella sua sceneggiata di ‘O Zappatore”, allorché egli viene disconosciuto dal proprio figlio che con grandi sacrifici aveva fatto crescere negli studi fino a promuoverne una splendida carriera. Forse, e senza forse, credo che se i tanti figli dei Comuni delle aree interne offrissero il loro contributo di intelligenza qualcosa di positivo si potrebbe ottenere.

Certo, non basta, perché è la politica a dover colmare un vuoto di interesse e di impegno che si è registrato sino ad oggi. Si dice che le risorse destinate alla rinascita delle zone interne non mancano, anzi, attraverso leggi, che parlano lo stesso linguaggio (borghi, piccoli Comuni, forestazione, ecc), siano addirittura significative. Questo spezzattamento di interessse, che spesso coincide con l’interesse della rappresentanza politica, non aiuta il processo unitario della risorgenza delle aree in questione. Un esempio lampante viene dall’utilizzo dei fondi del Pnrr che, più che intervenire per costruire un progetto complessivo, seguono una o più parcellizzazioni di singoli interventi con progetti stile clientelare, tanto da fare presupporre, quando i fondi saranno esauriti (marzo 2026), un rinnovato e pericoloso aumento di desertificazione. Di qui la necessità e l’urgenza di intervenire, partendo dai servizi. Non è più concepibile che nei Comuni interni si chiudano le scuole, si cancellino gli uffici postali, non si intervenga sul piano della mobilità, assicurando più mezzi di trasporto, ecc. L’assenza di questi servizi favorisce lo spopolamento. Occorre allora fare presto se si vuole mantenere una presenza nei paesi delle zone interne. Cominciando, ad esempio, con l’inserimento degli immigrati nelle tante case vuote. Sindaci permettendo.

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Gianni Festa

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