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I rifiuti e il fallimento De Luca

In Campania si profila l’ennesima emergenza rifiuti. I miasmi sono una caratteristica di Napoli accettati, con rassegnata comprensione, dai numerosi turisti che continuano ad essere richiamati dalle bellezze della città e di tutta la Campania.

Il caso dei rifiuti in Campania ha radici antiche. Ufficialmente nasce l’11.2.1994 quando un decreto Ciampi ne prende atto. Nel 1996 il Governo Dini affida la redazione di un piano al Presidente della Giunta della Campania. Il piano viene presentato dalla Giunta Rastrelli nel 1997. Prevede la costruzione di due termovalorizzatori e sette impianti per la produzione di CDR (combustibile derivato dai rifiuti) e numerose isole di compostaggio per il trattamento della frazione umida. Nel 2000 il nuovo governatore Bassolino aggiudica l’appalto dei lavori alla FIBE, controllata dalla IMPREGILO. Per farla breve i quindici Commissari ad hoc, con pieni poteri, succedutisi in questi anni, le numerose inchieste e processi, le relazioni dell’Antimafia, le numerose multe salate e le sanzioni della Corte di giustizia europea, le proteste dei cittadini, non hanno cavato un ragno dal buco. La spazzatura continua a stare sulle strade o ammucchiata in milioni di (eco!) balle nei vari siti sparsi in tutta la regione. Anzi, in tutti questi anni, si è assistito passivamente e colpevolmente al più grosso e criminale scempio del territorio (la terra dei fuochi) nel quale sono stati sversati centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti industriali tossici e altamente inquinanti che hanno prodotto tumori e morte ed hanno arricchito la camorra, in loschi affari con molti politici e amministratori. Tutto all’insegna dell’opposizione tenace di Enti locali, sindaci, comitati, ambientalisti che, in nome dell’effetto NIMBY (non nel mio giardino) si sono opposti a qualsiasi costruzione di nuova struttura. Il risultato è che, dopo più di vent’anni, è stata portata a termine la sola costruzione del termovalorizzatore di Acerra che dal prossimo settembre chiude i battenti per due mesi facendo precipitare la Regione nell’ennesima emergenza. Da considerare che molta spazzatura corrente viene trasferita, con gravi costi per gli utenti, fuori regione, mentre si sarebbe potuto, lavorandola e smaltendola in zona, dare lavoro a tanti disoccupati, risparmiando addirittura sul costo. I piani e le “scartoffie”, che si sono succeduti in questi anni, perfetti solo sotto il profilo delle chiacchiere, non hanno prodotto nulla. L’ultimo piano regionale “straordinario” (sic!) di De Luca, ai sensi del D.L n. 185, è stato adottato con delibera regionale 381 nel 2015. Prevede lo smaltimento di tutte le eco balle presenti in Campania (5.516.689 tonnellate di cui 30.605 ad Avellino), compresa la liberazione della terra dei fuochi e l’inizio della sua decontaminazione entro il dicembre 2019, per un costo di oltre 5 milioni di euro. Le ecoballe sono ancora tutte da rimuovere e la costruzione di un impianto di produzione di CSS (produzione di combustibile solido) nello STIR di Caivano, è appena agli inizi.

Questa è la realtà della Campania dove hanno fallito tutti i governatori che si sono succeduti in questi anni compresi Bassolino e De Luca, che pure sono stati protagonisti della gloriosa stagione dei sindaci. Aurelio Musi, storico, professore dell’università di Fisciano ed editorialista della edizione Napoli di Repubblica, in un suo saggio: “Due Sindaci ed un Cardinale” editore Pironti, Napoli, 2002) ha scritto di De Luca di essere rimasto “non poco affascinato dalla sua personalità umana e politica” per la sua esaltazione del fare come misura della politica e del cambiamento che, senza infingimenti ideologici, nasce solo dalla verifica del cambiamento, come egli stesso aveva scritto nel suo libro “Un’altra Italia”. Quello di oggi, però, è un altro De Luca, non il brillante e operativo sindaco di Salerno, ma l’arrogante e clientelare “sceriffo” che ha mutuato i peggiori difetti della politica nazionale. Ha fallito totalmente su tutta la linea, e la mancata soluzione del problema della spazzatura pesa come un macigno sulla volontà di ricandidarsi a governatore anche nella prossima tornata elettorale. Basterebbe questo a fermarlo, ma c’è ancora dell’altro. In Campania ci sono numerosi fondi europei non spesi e che scadono il 2020: quattro miliardi per lo sviluppo regionale (FESR); novecento milioni per la formazione dei lavoratori (FSE); un miliardo e ottocento milioni per l’agricoltura (FEASR); settantatré milioni per la pesca e il mare (FEAMA). In tutto sette miliardi di euro che avrebbero – se gestiti bene senza clientelismo e assistenzialismo – generato occupazione e sviluppo. E c’è anche dell’altro: la mancata soluzione del problema dei forestali, l’abbandono delle zone interne con un progressivo spopolamento, la forte emigrazione di giovani e la fuga dei cervelli. Certo le colpo non sono tutte del Governatore; coinvolgono la Giunta, gli assessori, i dirigenti, la burocrazia. A Salerno è riuscito ad avere ragione di questi impedimenti, a Napoli ne è stato travolto. Non è poco. Ora si è lanciato in una campagna clientelare a vasto raggio come i concorsi per l’assunzione di 31.000 giovani in tutti gli Enti locali della regione, pensando che con operazioni di questo tipo supererà la china.  La sua pistola di sceriffo si è spuntata. Il PD farebbe bene a non ricandidarlo cominciando già a trovare un buon nome da spendere per tentare di conservare la Regione che, quasi sicuramente perderà.

di Nino Lanzetta

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