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Il Governo e l’anticorruzione dimezzata

 

Il giallo del provvedimento varato dal Consiglio dei Ministri che ha ridotto drasticamente i poteri dell’Autorità nazionale anti-corruzione non può essere ridotto a svista o a un riparabile, secondario errore tecnico, come gli ambienti governativi si sono affrettati a precisare. Per inciso, va ricordato che, al monitoraggio di testi legislativi, è delegata la Boschi in qualità di sottosegretario alla Presidenza. E che il capo del Dipartimento degli affari giuridici è il suo ex capo di Gabinetto. Forse non si saprà mai di chi è stata la “manina” che ha confezionato la polpetta avvelenata per il governo Gentiloni. Tuttavia, è chiaro che alcune forze si muovono sotterraneamente, nei meandri governativi, per proteggere oscuri ma potenti interessi. E potrebbero farlo ancora. La scandalosa abrogazione ha riguardato una delle più importanti disposizioni del nuovo codice degli appalti varato dopo gli scandali Expo e Mafia Capitale, cioè la possibilità da parte dell’Autorità anticorruzione di avanzare osservazioni di legittimità sugli appalti. E di irrogare – senza attendere i tempi lunghi della giustizia ordinaria – consistenti sanzioni pecuniarie a carico dei pubblici ufficiali responsabili della mancata ottemperanza alle prescrizioni. "Si è fatta retromarcia su molte cose e non si è data la possibilità di attuare il codice”, ha amaramente affermato Cantone. Le immediate ripercussioni sui mass-media e le dure reazioni dell’opposizione parlamentare, in particolare il M5S, hanno segnalato la gravità dell’opera della misteriosa e ancora ignota manina. Essa ha fatto un ottimo (si fa per dire!) lavoro, perché in maniera scientifica e con pochissime parole ha colpito il bersaglio grosso dell’impianto legislativo. E ne ha indebolito la tenuta e la capacità di deterrenza. Una manovra attuata a totale insaputa del Parlamento e contro gli indirizzi politici del Governo. Essa è apparsa contraddittoria rispetto alla volontà delle Camere. Infatti, nonostante il Consiglio di Stato avesse avanzato qualche rilievo sul testo (ha duramente smentito però di averlo bocciato), il Parlamento aveva deciso di confermarlo. Si è trattato, quindi, di una mossa studiata per indebolire l’intero sistema anti-corruzione da parte di chi non poteva non sapere quali fossero gli intendimenti di deputati e senatori. La misteriosa modifica è inoltre in totale contrasto con l’indirizzo politico del governo, più volte ribadito, dell’impegno sul fronte dell’anti-corruzione. Rimane, perciò, gravissimo che una retromarcia così clamorosamente contrastante con la volontà del potere legislativo e di quello esecutivo sia potuta andare a buon fine, diventando legge. E soprattutto che per questo fattaccio non paghi nessuno. Roba da Paese delle banane! Infine, l’aspetto delle conseguenze politiche. Questa clamorosa e spericolata manovra fa seguito a diversi episodi che hanno contribuito ad avvelenare il clima politico. Come l’insistenza, da parte del Pd, di un candidato perdente a Presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, per poi gridare alla bocciatura! Episodi riconducibili a quel partito, sotterraneo ma non troppo, che cerca spregiudicatamente l’incidente per andare alle elezioni anticipate. Il colpo, stavolta, è apparso grave. Ha diffuso infatti una pericolosa impressione di debolezza, anzi di vero e proprio arretramento sul fronte decisivo dell’anticorruzione. Già i tanti aspetti opachi, le commistioni e i traffici di influenze emersi dall’inchiesta Consip hanno gettato una luce sinistra sulle nostre istituzioni. Questa oscura vicenda ne ha reso ancora una volta manifesta la facile permeabilità a manovre interne ed esterne. E, con i sospetti, rafforzerà intrighi e manovre. Uno stato di cose destinato ad avvelenare i pozzi della politica nei mesi prossimi, forse i più delicati della legislatura!
edito dal Quotidiano del Sud

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