– di Mino De Vita – Torna in questi giorni alla mente il titolo del romanzo di Conrad: “Con gli occhi dell’occidente”, capolavoro che narra di eventi sullo sfondo della società russa, profondamente in declino agli inizi del secolo XX, visti dalla prospettiva critica e razionale occidentale. Possiamo oggi, con identica imparziale visione e con atteggiamenti scevri da ogni contaminazione ideologica e di parte, rispondere agli interrogativi che gli avvenimenti che ci sovrastano ci stanno ponendo? Intanto è opportuno comprendere cosa si intenda per Occidente. Il concetto più che definire un ambito geografico si adegua piuttosto alla visione politica del pensiero critico, delle libertà individuali, e del progresso scientifico.
C’è da aggiungere però che l’occidente ha spadroneggiato in ogni angolo di mondo a partire dalle prime conquiste coloniali fino al XX secolo, imponendo la propria egemonia e il proprio modello culturale alle civiltà sottomesse, avallato da principi nazionalistici e razzisti. Il secondo dopoguerra ha visto la decolonizzazione, la divisione del mondo in due blocchi e la nascita dell’impero americano. Per circa ottant’anni la presenza americana sullo scacchiere planetario ha giocato un ruolo fondamentale, soprattutto dopo il crollo del sistema sovietico.
Per gli Usa mantenere in piedi l’impero presuppone l’assunzione di grandi oneri in termini finanziari; oneri non più accettabili per le casse federali. Di questo gli americani sono coscienti e in primis lo è Trump, infatti il suo slogan era: “America first”, che tradotto in concreto voleva dire non invischiarsi in conflitti che hanno altissimi costi. Tuttavia, nonostante queste intenzioni, gli Usa, nell’era di Trump si ritrovano impegolati nella più discutibile guerra della loro esistenza, quella che in questi giorni sta combattendo contro l’Iran. Anche se c’è stato il cessate il fuoco, la tregua sembra fragile e non lascia purtroppo sperare in una pace duratura.
Fin dall’inizio del conflitto sono emersi tanti dubbi e poche certezze e una di queste è il fatto che l’intervento lampo non ha sortito gli effetti sperati da parte di Israele e Stati Uniti poiché le capacità di difesa del regime degli ayatollah sono state sottostimate. Così come non è dato capire quale possa essere la popolarità che il regime riscuota in seno alla nazione, quasi certamente scarsa nelle grandi città, ma non nel resto rurale e montano del paese. Tuttavia, qualora vi fosse un grande dissenso nei confronti degli Ayatollah, ciò non vuol dire che gli iraniani aspirino alla realizzazione di un modello di società di tipo occidentale, tantomeno auspicano un ritorno dell’erede al trono di Mohammad Reza Pahlavi. E ancora, qualora vi fosse una invasione del territorio da parte di un nemico, è risaputo che le controversie politiche interne tenderebbero quanto meno a mitigare gli animi degli oppositori al regime, per ritrovarsi tutti uniti in difesa della Patria.
L’Iran, dunque, non è il Venezuela, non è la Siria e non è l’Iraq e non si comprende come ciò non sia stato considerato da americani e israeliani. L’apparato statuale iraniano è organizzazione complessa e multicentrica, estremamente efficiente. Il potere è stratificato e distribuito tra le sfere politiche, religiose e militari. “La guida suprema” è affidata a un teologo che incarna il potere temporale e quello spirituale. Insieme alla guida suprema c’è il presidente dell’Iran, figura che ha il potere amministrativo che lo esercita in stretta relazione con la massima autorità religiosa, il consiglio dei guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) è un organo non elettivo, il suo compito è quello esercitare il potere di veto sulla legislazione approvata dall’Assemblea consultiva islamica, supervisionare le elezioni e approvare o squalificare i candidati alle elezioni, inoltre controlla vasti settori dell’economia, l’intelligence, i missili e le milizie volontarie.
Dopo l’assassinio di Kamenei il regime change non c’è stato e non può realizzarsi per diversi motivi, il primo è quello che riguarda l’impossibilità di sostituire, almeno al momento, il sistema statuale in quanto non vi è una classe dirigente alternativa al sistema politico e il dissenso interno è represso duramente. L‘Iran ha dimostrato di sapersi difendere, infatti negli anni ha sviluppato strategie che lo mettono al riparo da aggressioni esterne, sulla base di quanto accaduto in Iraq, hanno strutturato l’esercito in tanti tasselli di un unico mosaico, e ognuno di questi ha una certa autonomia, ciò rende difficile decapitare tutti i centri decisionali militari.
Dal punto di vista tattico gli States per abbattere il regime dovrebbero, come si usa dire in gergo militare, mettere gli scarponi a terra, ma l’intervento di terra, in un paese grande e orograficamente difficile come l’Iran non sarebbe un’operazione di breve durata, dagli esiti scontati che prevede un numero smisurato di perdite umane, l’esperienza del Vietnam insegna. Inoltre, mancherebbe il supporto strategico di Starlink poiché in quell’area la costellazione satellitare è oscurata, in più l’Iran si avvale del supporto dei servizi russi. La meta strategica da raggiungere sarebbe l’isola di Khark, il luogo in cui le petroliere possono agevolmente approvvigionarsi per via della profondità dei fondali che la circondano. Gli Usa vogliono attaccare tale sito per impedire all’Iran di finanziarsi attraverso l’esportazione petrolifera. Un’altra ragione spinge gli eserciti israelo statunitensi a tentare la carta della invasione di terra in quanto, gli interventi fin qui tentati sono insostenibili dal punto di vista economico.
Alla luce degli avvenimenti c’è da prendere atto che Usa e Israele siano entrati in guerra con obiettivi diversi e strategie diverse. Trump è stato portato in guerra da Netanyahu perché gli ebrei devono realizzare i propri scopi, cioè realizzare la grande Israele (Eretz Yisrael Hashlemah) così come è stabilito nei testi sacri (Genesi 15:18-21), espandendo i propri territori, sottraendoli al Libano, alla Siria, alla Cisgiordania e all’Iraq per vedere compiuta la promessa che Dio ha fatto alla discendenza di Abramo di una terra che va dal fiume d’Egitto all’Eufrate. Dunque questa guerra l’ha voluta soprattutto la destra millenarista e suprematista ebraica che considera il conflitto come strumento attraverso il quale la conquista di territori e il sacrificio di esseri umani sono visti come segni della benevolenza divina.
Tuttavia agli Usa occorreva, per aprire la contesa con i persiani, un pretesto politico militare che non fosse trascendente; il riarmo atomico dell’Iran ne rappresenta la migliore delle giustificazioni, tra l’altro smentita da Tulsi Gabbard, la coordinatrice politica delle varie agenzie di intelligence americane. Concordi sono molti analisti internazionali nel denunciare il fatto che l’Iran non avesse nessuna intensione di arricchire l’uranio a fini bellici. L’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) riferisce che le Intelligence occidentali non rilevano rischi immediati dal programma iraniano.
In ogni caso, da parte degli Usa, l’Iran andava punito perché finanzia Hamas e le cellule di Hezbollah. Ciò è risaputo, ma non è strano che Usa e Israele facciano fronte comune con sauditi e qatarioti, che ugualmente finanziano Hamas? E ancora, com’è stato possibile per gli Usa infilarsi in una avventura bellica senza vagliare la possibilità di un flop e di un eventuale piano alternativo? Non possiamo sapere quando usciremo da questo cul de sac nel quale Usa e Israele ci hanno trascinati, e nemmeno sappiamo quando l’Europa inizierà a prendere in mano il proprio destino, cosa auspicabile rispetto al pericolo di un conflitto che rischia di coinvolgerla a sua insaputa. Inoltre l’Europa deve prendere coscienza di chi la vuole disunita, perché un soggetto politico come l’Europa sullo scacchiere mondiale sarebbe un soggetto con enormi potenzialità sia economico-finanziarie, sia strategiche.
Allo strato attuale dobbiamo registrare che Trump si trova in una posizione di scacco e il regime degli ayatollah, anche se un tantino ammaccato è vivo e mantiene saldamente il potere in Iran; prima della guerra lo stretto di Hormuz era navigabile gratuitamente, oggi le petroliere devono pagare il pedaggio, e questo è un risultato prodotto dalla guerra vantaggioso per il regime di Theran e un grosso smacco per gli Usa, padroni indiscussi delle più importanti rotte mondiali. Il tramonto dell’impero statunitense è dimostrato tutto in questo conflitto: la più importante superpotenza mondiale non è riuscita a piegare una nazione tecnologicamente inferiore. Siamo a un cambio di passo della storia? Evidentemente si.
L’occidente è a un bivio, deve scegliere tra suprematismo prevaricatore e democrazia. La partita è nelle mani delle giovani generazioni. Finisce l’era della superpotenza che imponeva il proprio stile e la propria ideologia dell’individualismo e del consumismo veicolata spesso attraverso il potente cinema che per decenni ha rappresentato la "Fabbrica di Sogni". Intere generazioni cresciute con il mito di Rin Tin Tin, con la propaganda del cinema yankee, con la convinzione che i nativi d’America fossero selvaggi da annientare, con la convinzione che l’impero bianco fosse dalla parte giusta e il resto del mondo avrebbe dovuto inchinarsi di fronte a un modello da esportare, e spesso si è tentato di esportarlo anche con le armi. Ma l’Occidente non può prescindere dalle sue radici autentiche, da quella che è la cornice della cultura ellenistica, cristiana e illuminista entro la quale si definiscono i segni della civiltà occidentale e tra questi va tenuto in forte considerazione il diritto internazionale, il diritto all’autodeterminazione dei popoli, il diritto alla Vita e Integrità Fisica, diritti violati spesso in questi ultimi anni.
Infine, l’Occidente non può consentire che interessi particolari si sovrappongano agli interessi generali dell’intera umanità, trascinando il mondo in una anacronistica guerra di religione. Non si può piegare l’intera umanità al volere di pochi fanatici religiosi che per una promessa di terra debbano scatenare la terza guerra mondiale.


