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Al Godot omaggio a Umberto Lenzi, il regista amato da Tarantino

 

«Mi sono sempre sentito un artigiano del cinema». Spiega così il regista Umberto Lenzi il rapporto con la macchina da presa, un legame viscerale che rivive nella bella biografia di Silvia Trovato e Tiziano Arrigoni, “Una vita per il cinema. L’avventurosa storia di Umberto Lenzi regista”, edita da La Bancarella, che sarà presentata domenica 19 febbraio, alle 20, al Godot di Avellino nell’ambito della due giorni dedicata al regista toscano,  grande protagonista del cinema di genere degli anni ’60 e ’70. «Più che sulla mia esperienza di regista il libro ripercorre – prosegue Lenzi – il mio itinerario esistenziale, che mi ha visto approdare da studente di liceo di provincia al professionismo, attraverso una strada lunga e difficile. E’ stato il mio impegno nella promozione culturale attraverso l’organizzazione di circoli per i minatori della Maremma con la partecipazione di scrittori come Vasco Pratolini a Carlo Cassola a prepararmi a quello che sarebbe stato il mio lavoro di regista». Sottolinea più volte come la strada percorsa sia stata irta di ostacoli «Ho dovuto fare a lungo l’aiuto regista, poi ho avuto la fortuna di sostituire il regista con cui lavoravo e da allora ho sempre fatto film di genere, dal western al poliziesco fino alle pellicole di guerra, quelle che Tarantino ha definito i più bei film bellici mai realizzati. Quando li ho diretti l’ho fatto soprattutto per ragioni economiche, e tuttora sono fra i titoli che mi garantiscono più introiti grazie ai vari passaggi in tv, ma se sono in così tanti ad apprezzarli non è possibile che tutti quanti si sbaglino»». Ride compiaciuto nel raccontare come «fu il figlio di Sylvester Stallone a chiedermi di autografare delle locandine di miei film per Quentin. Io non sapevo nemmeno chi fosse Tarantino.  Solo dopo ho scoperto che era un grandissimo regista».  Tanti gli attori con i quali si è confrontato nel suo lavoro: «I miei prediletti? Sono sempre stato orgoglioso di aver diretto attori del calibro di Henry Fonda, John Huston, Carroll Baker e per quel che riguarda gli attori italiani Thomas Milian, creativo, capace di interpretare qualsiasi personaggio ma dal carattere pessimo».  Sottolinea come faccia fatica a riconoscersi in un cinema «Mi interessa poco il cinema che usa le telecamere digitali. Quando c’era la pellicola tutto era diverso, il procedimento chimico garantiva una profondità di campo, con la fotografia era possibile giocare con luci e ombre, oggi ci si limita a girare quello che c’è fuori. Anche la figlia della mia portinaia può girare un film. Basta un telefonino».  Spiega come tra i suoi registi preferiti ci siano comunque nomi come Scorsese anche se ammette la presenza in Italia di un buon cinema autoriale «penso a registi come Paolo Sorrentino che hanno una forte personalità o a Stefano Soldi partito dalle serie TV che oggi lavora a Hollywood».  Un mondo, quello di Hollywood, che Lenzi ha imparato a conoscere negli anni in cui ha lavorato in America: «Ho avuto modo di apprezzare la grande professionalità degli attori americani che studiavano la sceneggiatura così da consentire al regista di girare rapidamente le scene. In Italia era il contrario, gli attori improvvisavano».

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