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La scuola promuove, ma la vita boccia costantemente

Di Vincenzo Fiore

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«Gli studenti universitari non sono in grado di elaborare un testo complesso». È il dato che emerge dal progetto UniverS-Ita, un lungo lavoro di ricerca coordinato da Nicola Grandi, direttore del dipartimento di filologia classica e italianistica dell’Alma Mater, per capire quale sia lo stato della conoscenza dell’italiano tra chi frequenta l’università. Nella ricerca è stato coinvolto un campione di 2137 studenti, provenienti da quattro atenei (Bologna, Pisa, Macerata e l’università degli stranieri di Perugia) e da diverse facoltà, come riporta il quotidiano La Repubblica.

La causa di questo ennesimo dato allarmante viene individuata nell’impoverimento del linguaggio condizionato dai social network e dalle varie applicazioni di messaggistica istantanea. È evidente che l’abitudine a ignorare qualsiasi regola grammaticale e a omettere sia la punteggiatura sia le maiuscole non possa che essere alla lunga dannosa, ma trovare l’unico responsabile di questo cataclisma lessicale in Mark Zuckerberg sembra assai riduttivo. Un po’ come verso la fine degli anni ’90 e gli inizi del ’00, quando la diffusione dei videogiochi era la risposta ingenua a qualsiasi caso di cronaca violenta.

Al di là della demonizzazione di fenomeni ormai incontrollabili e, probabilmente, irreversibili, sui quali vale la pena riflettere e ragionare su come costruire possibili argini, occorre però concentrare l’attenzione soprattutto sul nostro sistema di formazione. Non scaricando le colpe sulla demotivazione del singolo docente a fine carriera o sulla mancanza di deontologia di qualche giovane precario – casi gravi, indecenti, ma risolvibili intervenendo sul particolare – ma allargando l’orizzonte alla visione del mondo del «sistema» scuola.

L’autonomia scolastica avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per migliorare la didattica, per andare incontro ai reali bisogni degli alunni, per far convergere le lezioni con gli interessi degli studenti. Un processo straordinario a livello teorico, ma confinato nel mondo dell’irrealizzabilità. Il risultato invece – spesso, non sempre – è stato quello di una trasformazione aziendalistica della scuola, una scuola che è sempre alla ricerca di nuovi «clienti», dove si moltiplicano le occasioni per mettere in mostra qualsiasi cosa: attrarre diventa un imperativo, manca solo un servizio di call-center per fare proseliti.

Dodici anni fa, quando ancora frequentavo il liceo, i problemi sembravano essere tutti riconducibili alle classi pollaio: trenta – se non di più – ragazzi gettati in un’aula e la necessità di garantire la qualità dell’insegnamento. Oggi, che la denatalità ogni anno fa aumentare il numero di banchi vuoti, è stata invertita la rotta. L’occasione di concentrare una didattica più efficace con un numero adeguato di studenti si è trasformata nella perenne minaccia dall’alto di chiusura o di accorpamento.

La competizione pertanto non è più fra la qualità del percorso di un liceo classico o di un liceo scientifico, ma è diventata una gara al ribasso dove si contende l’alunno persino con alcune scuole paritarie (finanziate dal pubblico), le quali si possono permettere di pubblicare annunci quali: «Recupera tre anni in un uno», «diplomato o rimborsato», «la strada facile al diploma» (al momento non è stata programmata ancora l’opzione vantaggiosa «compra un diploma, ne prendi due!»).

I titoli di studio si sono conseguentemente svuotati del loro valore, si è confuso il concetto di inclusività con uno sconnesso e indefinibile laissez faire, applicato più o meno a seconda delle esigenze. L’alibi è quello della scuola che crea ansie e disordine nei giovani, il 6 politico assume le sembianze di un’amnistia, una pezza rattoppata che accontenta tutti: i genitori arrabbiati, gli alunni impreparati, i docenti senza corsi di recupero, i dirigenti che guidano una scuola di alto livello.

L’esistenza però si presenta senza campane di vetro, fuori dal cancello ovattato della scuola non esistono interrogazioni programmate, compiti rimandati, competenze regalate, la vita segna senza esitazione i suoi voti e boccia costantemente. Se in prima superiore un ragazzo ha difficoltà con l’utilizzo della “h” o degli accenti, promuoverlo alle medie non è stato un salvacondotto, ma un danno che si trascinerà per tutti i suoi giorni, un’occasione persa per poter recuperare. Il suddito perfetto della società iper-consumistica è l’individuo annoiato sulla poltrona disabituato al pensiero, colui che si aspetta di poter acquistare tutto, persino la sua felicità. Allora questa scuola rischia di non preparare a nulla, rinnega la complessità e la conseguenza di un linguaggio povero è un pensiero povero.

Ricordo le lezioni del professore di filosofia Francesco Saverio Festa, il quale rimarcava le nostre «mancanze», voleva aumentare il nostro desiderio di sete di conoscenza, cercare di dimostrare come esporsi all’ignoranza fosse una pericolosa condizione. Ricordo quando tuonò nell’aula di filosofia politica quasi vuota, perché il suo esame a scelta era fra i più difficili: «Non dobbiamo semplificare i problemi per le vostre menti, sono le vostre menti a doversi innalzare per poter affrontare i problemi». Probabilmente è questo l’aspetto che maggiormente si è trascurato nelle aule scolastiche e universitarie, infestate ormai da slide, dispense e riassuntini.

Se allora non possiamo cedere alla provocazione di Papini di inizio Novecento: Chiudiamo le scuole!, apriamole, apriamole verso la vita reale.

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Vincenzo Fiore

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