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Giustizia e dintorni: è tempo di resoconti

Gerardo Di Martino

Per un anno che termina, un altro inizia, come il tempo insegna. Non prima, però, di aver fatto i conti, come la consuetudine vuole, con quello che si chiude.

E non mi sottrarrò. La possibilità è ghiotta. In materia di Giustizia si è fatto poco, obiettivamente. E quel poco corrisponde, più o meno, a poche questioni, riassumibili in poche righe, composte da poche battute.

Le chiacchiere sulla separazione delle carriere, riforma che, seppure dovesse mai vedere la luce, non sarà comunque una separazione delle carriere, almeno nei termini anticipati (visto che un testo nemmeno l’abbiamo).

I paroloni sulla rivoluzione da portare al vigente codice penale – “giacché firmato da Mussolini e dunque troppo autoritario” come ama ripetere il Ministro Nordio – alla fine modificato solo per introdurre nuovi figure di reato, alzare la cornice delle pene ed inserire fattispecie autonome di arresto in flagranza. L’esatto contrario.

Gli inseguimenti tra i fatti di cronaca nera ed i provvedimenti del Governo per l’inasprimento dei rimedi sulla violenza di genere.

L’adozione di qualche regolamento – e nemmeno i più rilevanti ai fini dell’entrata in vigore – tra quelli previsti dalla riforma dei riti sottoscritta dal precedente Guardasigilli.

Il rinvio del termine massimo, stabilito circa un anno e mezzo fa al 31 dicembre, per il passaggio al processo penale telematico. Unico vero rivolgimento e sconvolgimento, sic stantibus, capace di abbattere i tempi ed i costi necessari per condurre a definizione le regiudicande.

Suvvia, non mi sembra molto per un 2023 che avrebbe dovuto rompere con il passato ed abbattere le incrostazioni di sistema.

Né, rileggendola, appare come un’annata in grado di passare alla storia. Se non per le pieghe che, di converso, ricorderemo con certezza.

È stata difatti quella della definitiva cacciata dei difensori dai Palazzi di Giustizia, in particolare nel settore civile, allo stato quello più inguaiato.

Della definitiva consegna del “suo processo” nella mani di un giudice sottratto al contraddittorio orale delle parti ed accompagnato nella sua stanza, a convincersi sempre più liberamente.

Del definitivo fallimento dell’equazione secondo cui le cause non si farebbero a causa degli avvocati, visto che senza, le statistiche di definizione non appaiono certo in linea con quelle necessarie per centrare le condizionalità del Next Generation EU.

Della definitiva presa d’atto che la realtà vede l’Italia come una Repubblica carcero-centrica, fondata sulle pene detentive e sull’inconsistenza dell’individuo rispetto al principio di legalità, ai suoi diritti e libertà fondamentali.

Una Repubblica mossa dalla riduzione in brandelli del cittadino da parte di uno Stato burocratizzato e meramente rappresentativo di una Comunità capace di sussultare solo a fronte dell’approvazione di un emendamento proposto da un deputato estraneo alla maggioranza, Enrico Costa, con il quale, riportando la normativa a prima del 2017, si prevede il divieto di pubblicazione integrale o per estratto delle ordinanze di custodia cautelare. Il tentativo di superare, in due parole, la gogna e la vergogna.

Ci sono tutte le premesse, chiudendo con il 2023, per un buon 2024: anno pari e quindi molto più rotondo e prospero, ma soprattutto fieramente incapace, nei fatti, di finire peggi

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