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Cosa succede nel PD? Se lo domandano in molti anche noti commentatori e giornali importanti tendono, alquanto sbrigativamente e semplificando al massimo, a restringere la questione alla solita divisione interna della sinistra, alla lotta a Renzi, che ha vinto le primarie, alla contestazione della personalizzazione del partito. Si dice che anche l’annunciato No al referendum, pur avendo votato a favore in Parlamento, tende solo a mettergli i bastoni fra le ruote. La maggioranza renziana, invece, ritiene che l’opposizione debba adeguarsi alla volontà della maggioranza. E non è disposta a fare compromessi o a trovare un equilibrio tra le due linee che sono oggettivamente distanti. Il corno del problema sta proprio in un diversa visione della linea del partito, del suo posizionamento nel centro destra, delle alleanze avversari storici di destra come Alfano e Verdini. Il PD che, sull’esperienza dell’Ulivo, era nato come un tentativo di sintesi dei diversi riformismi dei partiti che lo avevano costituito, a seguito di analisi e riflessioni di molti politici e politologi, vedi per tutti Salvati “Il partito democratico alle origini” (il Mulino 2003) non è mai riuscito a fondere le loro culture riformiste in una felice sintesi e trovare nell’invenzione delle primarie una nuova e originale forma di rappresentanza del suo popolo. Ne ha fatto le spese prima Veltroni, costretto a dimettersi e poi Bersani che ha dovuto cedere le armi al giovane Renzi che, con lo slogan della rottamazione, aveva stravinto le primarie. Il suo tentativo di posizionare il partito, pur senza le ideologie del secolo scorso, su posizioni di un riformismo socialdemocratico ancorato ai valori della Costituzione ed alle componenti “storiche” e tradizionali della sinistra, ha visto con Renzi una pericolosa battuta di arresto. A parere di Bersani e Cuperlo l’attuale PD non è più il partito operante nell’ambito del centro sinistra sulla linea degasperiana di sessant’anni prima di “un partito di centro che guarda a sinistra”, che si rivolge e trova nei sindacati, nel mondo del lavoro, nell’ambientalismo e nella solidarietà sociale i suoi valori ed in Moro e Berlinguer i suoi punti di riferimento. Con Renzi il partito sta cambiando pelle e si sta posizionando su una linea di centro destra non a caso appoggiato da Alfano e Verdini e con la benevolenza di Gonfalonieri in rappresentanza dal partito azienda di Berlusconi. In più si sta assistendo ad una personalizzazione evidente che, anche statutariamente, si riflette nella figura del Capo (del partito e del Governo) ragione per la quale molti osservatori politici parlano di un nuovo PDR (Partito di Renzi) che sta per trasformarsi nel nuovo Partito della Nazione. La vera battaglia che sta avvenendo nel PD, pur con molti errori, visioni diverse, nebulosità di strategia e di tattica, scarsa capacità di comunicazione, indecisioni, generosi sforzi personali (Cuperlo) e tentativi di compromessi, sta avvenendo appunto sulla collocazione del partito se nell’ambito della tradizionale posizione di centro sinistra o di centro destra con guida personalizzata come sta facendo Renzi. La riforma costituzionale, imprescindibile dalla legge elettorale (sulla quale Renzi sembra disposto a concedere ben poco) si muove in questa ottica e perciò assume un’importanza decisiva la vicenda del Referendum. Senza un accordo, che non si potrà fermare alla sola modifica della legge elettorale, ma dovrà riguardare anche la guida del partito diversa da quella del Governo, la battaglia sarà cruenta. Se vince il SI, Renzi non farà prigionieri e la scissione della sinistra sarà più probabile. Se vince il NO la sinistra, (quella che è rimasta nel PD alla quale potrebbero aggiungersi alcuni di quelli che se ne sono allontanati), potrebbe riaprire la discussione sulla ricollocazione del partito. In definitiva è in gioco la forma di democrazia, tra la concezione renziana di una prevalenza dell’esecutivo sul legislativo, sotto la guida carismatica del Premier che, dialogando direttamente con il popolo, impone al Parlamento che, di fatto, condiziona, la sua politica a rimorchio del mercato, dei tecnocrati e dei poteri forti, ed una democrazia – come la definisce Zagrebelsky – di lotta degli antagonisti e degli esclusi che reclamano il diritto di essere ammessi e partecipare alle decisioni politiche e il diritto di contare ancora qualcosa. Il che non è una questione da poco. Non si tratta di non fidarsi l’uno dell’altro ma di due modi diversi di concepire la democrazia e la funzione del Partito.
edito dal Quotidiano del Sud

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