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Le riflessioni commemorative del centenario della nascita di Aldo Moro costituiscono l’ultima ed eloquente dimostrazione dell’inesistenza di un minimo di memoria storica del PD provinciale, ormai ridotto a teatro di un misero scontro tra gruppi, sottogruppi e strenui curatori di interessi personali. La vicenda della crisi amministrativa del Comune denuncia l’assenza di un gruppo dirigente capace di tutelare regole statutarie e prassi comportamentali di eletti nelle stesse liste del partito, tanto meno di delineare itinerari programmatici e politici appena percepibili. Quando un partito, esattamente la componente più consistente in provincia ed ex democristiana, non onora la memoria del suo più illustre fondatore, martire della libertà e della «solidarietà nazionale », resta in silenzio in coincidenza di momenti forti della sua storia, significa che non trova più legittimazione né dalla storia, né da un consenso elettorale nobile ed autenticamente democratico. Bene ha fatto, pertanto, l’amico Franco Vittoria, a firmare il suo significativo intervento commemorativo come docente della «Federico II» e non già come ex vice- presidente del PD Campania, dimessosi con coraggio ed "indignazione" il 13 agosto 2015, in coincidenza del decreto legislativo 122 del 7 agosto 2015 che collocò una parte considerevole della provincia irpina nell’indistinto collegio Campania 05. Mentre in Irpinia si registra questo assurdo silenzio il centenario della nascita del grande statista veniva ricordato a Malasco, paese del Val di Non, nel Trentino, alla presenza della figlia Agnese che, con accorato affetto verso un padre eccezionale, ricordava di Lui un grande insegnamento «puntava più sulla convinzione che sulla proibizione, sia nella famiglia che nella vita politica». Ma chi è stato veramente Aldo Moro? Professore universitario di grande statura, nel campo della filosofia del diritto, amico di Paolo VI e presidente nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI). Nel 1945 fu eletto presidente del Movimento Laureati di Azione Cattolica, dopo aver mostrato grande attenzione per la componente dossettiana del costituendo movimento democristiano. Nel 1946 diviene vicepresidente della D.C. ed eletto all’Assemblea Costituente. Nel 1945, frattanto, prese parte con autorevolezza culturale e politica alla redazione del Codice di Camaldoli. Segretario Nazionale della D.C., nel 1959, presidente del Consiglio nei diversi governi, più volte ministro e pregevole estensore di provvedimenti legislativi di grande spessore politico e sociale come l’introduzione dello studio dell’educazione civica nelle scuole. Ma quale fu la connotazione politica e programmatica di Aldo Moro? Certamente la sua indiscussa statura di mediatore e coordinatore dei grandi disegni, politici e programmatici che tendevano alla conciliazione della missione cristiana e popolare della D.C., con i valori della tendenza laica e liberale della società italiana. Fu il grande profeta laico dell’evoluzione politica italiana, nonostante il suo autentico profilo di cattolico osservante e praticante. La solidarietà nazionale fu il suo teorema politico più significativo per coniugare la mobilità delle trasformazioni sociali più emergenti, l’integrazione delle masse popolari e la continuità politica e di governo della democrazia rappresentativa. I sedicenti dirigenti attuali del PD provinciale, a fronte di tanta storica statura politica, riscoprano le loro radici per trarne vitale alimento per una più credibile presenza politica e programmatica.
edito dal Quotidiano del Sud

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