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Democratici, venti di scissione?

 

Da tempo il mondo della sinistra riformista italiana appare in subbuglio. E negli ultimi giorni si è fatto rovente, nei toni e nei contenuti, il confronto a distanza tra il berluschino- premier, con l’attuale gruppo dirigente del partito (quelli che Verdini, nei suoi "report" a Berlusconi definiva "un gruppo di segretari e di segretarie") e la minoranza dem. Una guerriglia che ha contribuito anche a mettere in luce – e ad esasperare – tutte le contraddizioni politiche del tortuoso cammino che ha portato al Pd. A cui si sommano quelle determinate dalla travolgente galoppata del berluschino e dalla sua evidente volontà di trasformare il partito in un grande contenitore centrista. Un approdo certamente non voluto e neppure immaginato circa 25 anni fa, quando – il 3 febbraio 1991, dopo circa un anno e mezzo dalla cosiddetta svolta della Bolognina – cessava di vivere il Partito comunista italiano. La caduta del muro di Berlino e di molti dei regimi dei Paesi satelliti di Mosca, travolti dalla svolta russa e da sollevazioni popolari, aveva dimostrato l’inconciliabiità tra comunismo e libertà. Alla fine, anche i comunisti italiani, a seguito di un lungo e travagliato dibattito interno, presero atto che si era aperta una nuova fase nella storia dell’occidente e del nostro Paese. Ne nacquero prima il Partito Democratico della Sinistra, poi i Democratici di sinistra, infine (insieme alla sinisra dc) il Pd.
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Quel partito per anni è assomigliato a un prodotto dell’ingegneria genetica applicata alla politica. Con pantheon fortemente contraddittori. E ritratti, nelle sezioni, variabili tra Moro-De Gasperi e Gramsci-Togliatti-Berlinguer, a seconda che il parlamentare di riferimento avesse una provenienza centrista o di sinistra! Una commistione frettolosa, servita comunque a permettere la sopravvivenza di tanti esponenti dei gruppi dirigenti dei partiti confluiti. E l’ascesa di tanti cacicchi improvvisati. Le spinte all’auto-conservazione di leader e di gruppi dirigenti – simboleggiate dalla pluri-decennale rivalità tra D’Alema e Veltroni con i loro fedelissimi – hanno contributo al progressivo inaridimento della vena più promettente e innovativa della nuova formazione. Con la liquidazione prematura dell’Ulivo (affossato grazie anche all’opera di "personaggetti" tipo Bertinotti, Diliberto, Rizzo,ecc.) si è aperta la strada al colpevole disconoscimento, anzi al disinvolto cecchinaggio, dei vari padri fondatori. Fino all’impallinamento della candidatura di Prodi a presidente della repubblica da parte di 101 franchi tiratori, per lo più di sospetta origine renziana. Opera completata con la prematura liquidazione di Letta. E con la congiura di palazzo da cui è emerso Renzi, vero prodotto delle smarrimento culturale e politico in cu era precipitato il Pd. Ormai le diverse componenti convivono da separati in casa e parlandosi a distanza. La minoranza, divisa su quasi tutto, è stata finora compatta nel dirsi impegnata a proseguire all’interno la sua battaglia. Però le scadenze elettorali e il progressivo deterioramento dei rapporti con la maggioranza potrebbero spingere in direzione diversa. Intanto, il premier – allergico ad ogni critica – sarebbe ora stufo di sopportare la spina nel fianco della minoranza. Dalla prossima direzione, con la votazione di regole più stringenti, potrebbe partire l’offensiva per ricondurre all’obbedienza i recalcitranti. E magari tentare di sospingerli verso una improbabile uscita volontaria. Combattuti tra l’intima tentazione dello showdown e il rispetto delle regole di partito (ma forse anche nel timore di vendette del berluschino in occasione delle candidature per le politiche) i principali esponenti di minoranza hanno rifiutato di condividere la dura analisi dalemiana. E, con essa, l’avvenuta realizzazione del partito della nazione. Un epilogo che non consentirebbe più alcuna coesistenza, ma imporrebbe di accelerare la caduta del tiranno. Magari con un ko in due tappe: la sconfitta dei candidati del premier alle amministratiive e poi la sua dèbacle al referendum.
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In un tale clima di diffidenza, molte delle questioni (sottolineate dalla minoranza, e ancora più organicamente, da D’Alema) che pure riguardano l’avvenire del Pd non hanno ricevuto dalla leadership renziana risposte adeguate. La crisi della democrazia. La caduta di partecipazione politica. L’enorme malessere alla sinistra del Pd. L’abbandono di molti elettori. Esse perciò tenderanno ad estendersi e ad aggravarsi. E se va avanti così, cosa succederà alle prossime amministrative?
edito dal Quotidiano del Sud

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