di Mino Mastromarino
Secondo il rapporto Istat dello scorso maggio sulla soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita dell’anno 2024, la Campania è la regione italiana con il più basso indice di soddisfazione dei residenti (37,6%), così come già riscontrato nel 2023. L’insoddisfazione della stragrande maggioranza dei campani è dipesa, a giudizio della indagine statistica, dalla carenza di lavoro, dalle difficoltà economiche, dalle preoccupazioni per la salute e dalla endemica carenza di servizi pubblici efficienti. Ad assistere – poi – alle penose vicende amministrative del capoluogo irpino, si fatica a pensare l’Irpinia come terra natale e campo di azione di due titani della politica, quali
Fiorentino Sullo e Ciriaco De Mita. E’ difficile non sentirne la nostalgia o, meglio, l’urgenza dell’esempio. Quando si parla di loro, ci si limita corrivamente a ricordarne la rivalità del congresso provinciale del 1969, il cui esito consacrò il leader nuscano a guida dello Scudocrociato provinciale. Al contrario, le rispettive parabole politiche segnano una evidente continuità: non di prospettiva, non di pragmatica politica, non di temperamento, bensì all’insegna della incondizionata adesione al paradigma meridionalistico della rappresentanza territoriale. Quella fisiologica disputa si concluse con una felice, sebbene casuale staffetta; tanto che, a dispetto della irrilevante differenza anagrafica ( De Mita era più giovane di Sullo di soli 7 anni ), entrambi riuscirono a essere protagonisti della Prima Repubblica, in tempi complicati e ben distinti: uno della fase iniziale, l’altro del crepuscolo. Il connotato ( e il lascito ) più prezioso della loro attività politica risiede, per quanto di interesse al presente scritto, nella imperativa abilità di tenere sempre uniti lo Stato e la dimensione locale, il generale e il particulare. Ossia nell’ambizione di affermarsi a Roma senza mai trascurare l’obiettivo primario di raccogliere e promuovere le istanze della provincia e della regione da cui derivava la loro legittimazione popolare. Perfino banale è rammentare il propedeutico e fondamentale tratto che ne ha accomunato l’ascesa politica, nel solco del magistero desanctisiano e dorsiano: la fede assoluta nella forza edificatrice ed emancipatrice della preparazione culturale, prima che professionale. Che – giova menzionarlo – era sempre di più e meglio erogata dalla scuola pubblica. Diversamente da quanto accade oggi, allora – in difetto di una robusta attrezzatura dialettico-cognitiva – non si poteva aspirare nemmeno alla direzione di partito di un piccolo paese, perchè tanta era la importanza sociale che si riconosceva alla Politica.
L’Irpinia deve dunque mostrare gratitudine e contezza per la duplice ( e ancora negletta ) fortuna di aver avuto Sullo come statista del riscatto irpino nel secondo dopoguerra; e De Mita come segretario e guida della Democrazia Cristiana nel cruciale periodo della ricostruzione post-sisma del novembre 1980. Il comunista avellinese Federico Biondi così delineava l’apporto di Sullo alla DC irpina: “Era un giovane molto preparato culturalmente e politicamente, di intelligenza superiore e di cristallina onestà, sicuramente antifascista, decisamente orientato in senso democratico e repubblicano. […] Prima che lui ne afferrasse le redini, [la DC] era massa inerte, fondamentalmente devota alle direttive parrocchiali; sicché è possibile affermare che la DC che
conosciuta negli anni successivi fu essenzialmente una sua creatura.” Sullo intravedeva nel partito della Democrazia Cristiana il luogo di formazione e di emersione di una nuova classe dirigente meridionale, votata al perseguimento della modernizzazione politica e, soprattutto, dello sviluppo sociale e industriale, mediante il superamento della oggettiva condizione di arretratezza rurale che affliggeva l’Irpinia , al pari delle altre zone interne della Campania.
Il brillante politico di Castelvetere sul Calore era convinto – dopo il varo della Repubblica – della reversibilità della situazione stagnante in cui versava il Mezzogiorno , di cui rifiutava la vulgata immobilista, irrimediabilmente ancorata alle categorie socio-interpretative della clientela e del notabilato pur. Tali coordinate ermeneutiche non davano conto del novum dell’incipiente stato repubblicano, e delle relative implicazioni politiche: quali la forte rilevanza dell’ appartenenza ideologica e un cambio di contenuto della prestazione clientelare richiesta e offerta dai mediatori politici, che sempre più e patroni e clienti tendono a percepire concordemente come sottoposta al
criterio di legittimazione ultimo della rispondenza agli interessi generali di una comunità ( Teodoro Tagliaferri).
Egli – come è stato condivisibilmente scritto – seppe combinare esercizio del potere e progettualità politica, visione generale e pratica di governo, appelli programmatici e integrazione clientelare, distribuzione discrezionale e razionale delle risorse, programmazione, decisione e gestione tecnica, politica e amministrativa degli interventi pubblici e degli enti a esso preposti, ferreo controllo e valorizzazione del territorio. Per oltre un quindicennio egli intese in questo modo affrontare e risolvere il dilemma, tipico di ogni élite modernizzante, tra conservazione e trasformazione, comprensione di presupposti, codici, caratteri tradizionali, persistenti e ineludibili del rapporto tra
politica e società, e orientamento al cambiamento politico e allo sviluppo socio-economico di una periferia arretrata.
Allo stesso modo, anche per individuare la feconda specificità del rapporto politico di Ciriaco De Mita con l’Irpinia, è indispensabile convocare il dispositivo biografico del ritorno a casa, tuttavia in funzione e con finalità opposte a quelle descritte da Cesare Pavese. L’uomo di Nusco aveva avuto successo accademico e professionale a Milano, all’Università Cattolica; ma preferì affrontare politicamente ( e occuparsi de-) i problemi dell’Italia, politicamente e culturalmente muovendo dal e situandosi nel punto di osservazione dell’entroterra irpino. Nel mentre contendeva con Bettino Craxi sulla scena nazionale e immaginava una Democrazia Cristiana più laica e svincolata dalle logiche correntizie, si preoccupava di volgere una catastrofe tellurica in occasione di rilancio sociale ed economico del proprio territorio.
Certo a Napoli imperava Gava, però non è revocabile in dubbio la straordinarietà dell’attenzione e dell’intervento riservati dallo Stato, grazie principalmente a De Mita, alla popolazione del cratere, nel senso che non avevano precedenti né – purtroppo – hanno avuto repliche per eventi calamitosi simili accaduti in altre regioni italiane..
Per i due titani, la rappresentanza politica è stata dunque declinata come azione rigeneratrice dei luoghi. Insomma, lo scopo ultimo della funzione politica è quello di incidere sulla realtà. Nel loro caso, quello di trasformare il ritardo atavico delle comunità rurali meridionali in opportunità di crescita e di smentita della diagnosi levista.
I Nostri hanno maturato e praticato anzitempo la concezione della cosiddetta coscienza di luogo, solo successivamente teorizzata dall’economista Giacomo Becattini, quale strumento di riappropriazione della responsabilità sociale da parte delle classi dirigenti; e come matrice e tessuto connettivo dei modi di vita e della realtà economica. Quasi a mo’ di pedagogia, è il luogo a educare la comunità che lo abita; è il patrimonio di saperi, culture, esperienze, tradizioni a fornire alle persone che vivono in un certo luogo la direzione da percorrere per la crescita, per il proprio arricchimento continuo nel tempo.
L’epoca in cui hanno operato era quella descritta nel < Cristo si è fermato a Eboli >, caratterizzata dallo stigma della immutabilità della deteriore condizione contadina, in quanto, pur dopo l’unità d’Italia tagliata fuori dal progresso borghese e industriale del resto della Penisola.
Si può aggiungere – con una ulteriore ma pertinente dose di arbitrarietà – che essi hanno anticipato pure il sintagma utopico di «produzione di località», elaborato nel 2001 dall’antropologo indiano Arjun Appadurai. Esso fonda sulla considerazione empirica che i luoghi non rappresentano un elemento fisico statico e permanente; al contrario un contesto generato dalle azioni con cui ogni società costruisce e rafforza i sistemi relazionali; nello stesso tempo i luoghi sono anche fattori generatori di contesto, perché creano relazioni fra i diversi attori sociali.
Ecco, in questo momento storico avremmo proprio bisogno di politici o almeno amministratori, capaci di produrre (nuova) località.



