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Secondo classificato, dal difficile processo di crescita alla scoperta del legame profondo con il padre

“Da bambino lo osservavo in silenzio e lo ascoltavo nei frammenti di parole che diceva a un collega, alla mamma o amici di famiglia. Lo ammiravo con stupore mentre si muoveva nel suo mondo fatto di attenzione e pazienza. Non capivo esattamente cosa facesse ma lo capivo abbastanza da intuire che aveva un ruolo. Che le sue mani avevano un sapere. Che aveva un peso. E quella percezione, così viscerale e istintiva, mi rimase addosso”. Scrive così Alberico Parente nel raccontare nel suo romanzo “Secondo classificato”, edito da Marketing d’autore, il rapporto fatto di ammirazione, ricerca di approvazione ma anche di distanza che lo legava a suo padre, cuore del volume. Una relazione che si nutriva di sguardi, a volte di silenzi e rimproveri, di fronte a quella che appariva una figura inaccessibile, in cui l’amore c’era ma non poteva essere esternato. Una relazione che si trasformerà profondamente dopo la malattia del padre. La scoperta del tumore finisce per abbattere le barriere, per avvicinare padre e figlio, a piccoli passi “con frasi normali che custodivano dentro una rivoluzione”. “Fino a quel momento il nostro era stato un rapporto semplice, corretto ma segnato da una distanza invisibile. Una distanza fatta di pudore, di parole non dette, di affetto lasciato lì sospeso, come una cosa che si dà per scontata Non ci mancava il rispetto, nè l’amore ma sembrava che nessuno dei due sapesse davvero come raggiungere l’altro”. Dopo la malattia quella distanza cadrà, nella consapevolezza che il tempo stringe e che i momenti da trascorrere insieme non saranno infiniti. La certezza che l’amore non ha bisogno di essere detto o spiegato ma solo vissuto “Nell’ombra di una stanza, in una mano appoggiata con leggerezza su una spalla stanca” lascerà il posto a una fame profonda di verità e vicinanza: “Parlare diventava naturale. Condividere quasi necessario. La malattia, pur nella sua crudeltà, aveva aperto uno spazio tra di noi, uno spazio fatto di parole, di sguardi, di presenze vere”. Era un riscoprirsi giorno dopo giorno, a partire dalle lezioni di guida fino alle partite dei mondiali guardate insieme, lasciando cadere armature, imparando a conoscersi davvero. L’autore racconta, attraverso pagine in cui è facile riconoscere frammenti della propria storia, con una sincerità disarmante, il suo processo di crescita, a partire dalla scelta della scuola superiore che non potrà che essere l’Itis, per seguire le orme paterne, malgrado sia sempre stato brillante negli studi e la madre abbia sempre sognato il liceo per lui. Centrali in questo percorso le prime amicizie come quelle con Maurizio, Tonino e Vincenzo, compagni di scuola o di gioco, che diventeranno punti di riferimento preziosi nei momenti più difficili, con cui condividere la passione per lo sport e lo studio ma anche lo sguardo sul mondo, pronti a consigliarlo e incoraggiarlo. Dalla prima esperienza di campeggio con gli amici, che si fa scoperta di un mondo nuovo, ai primi amori e delusioni come quella rappresentata da Roberta, con la quale sembra instaurarsi subito una misteriosa sintonia. Dal desiderio di primeggiare nello studio con cui dovrà fare, un po’ alla volta i conti, all’amore per il calcio, autentico spazio di libertà, fino alla scoperta dell’atletica, nata quasi per caso, dal consiglio di un amico durante il campeggio, uno sport che gli insegnerà a non arrendersi mai e che arrivare secondo non sempre è una sconfitta, se sai di aver fatto del tuo meglio, soprattutto se a guardarti c’è tuo padre.  “In quel mondo mi sentivo libero di esprimermi, di mettermi alla prova, di sfidare me stesso. E allo stesso tempo, parte di un gruppo unito da una passione comune, dove ognuno correva per sè ma anche per tutti”. Il protagonista imparerà, a poco a poco, a dare il giusto valore alle cose, a tenere insieme disciplina e spensieratezza, responsabilità e libertà, i doveri della scuola e le passioni, senza paura di non essere all’altezza o di essere secondo a qualcuno, Parente traccia con una scrittura profonda e attenta il ritratto di una generazione cresciuta con la consapevolezza che lo studio costa fatica e sacrificio e che lo sport è una scuola di vita,  ragazzi per i quali una partita con gli amici era tutto, che si emozionavano anche solo nel parlare su un prato con la ragazza amata, per i quali i genitori erano un esempio da seguire, dei maestri di vita ma anche dei modelli da non deludere. Una generazione che varcherà la linea d’ombra non senza sofferenza, scoprirà quanto sia doloroso diventare grandi, soprattutto quando passa per la perdita di un genitore. Bellissima la lezione di dignità che il padre consegna al figlio,  negli ultimi mesi di vita, attraverso il suo modo di affrontare la malattia, cercando di essere più presente mai, come se avesse intuito la verità fino in fondo.  Non rinuncerà ad andare al lavoro e continuerà a preoccuparsi per la moglie e i figli, quasi in cerca di qualcuno che possa vegliare su di loro al proprio posto, offrendo ai familiari la grande prova d’amore. Il protagonista dovrà imparare a camminare con le proprie gambe ma sentirà che quel legame non può essere spezzato dalla morte, continuerà a portare con sè i suoi consigli, la sua lezione di vita, fatta di valori come umiltà e altruismo “In quei mesi avevo ricevuto da mio padre il dono più grande: lui stesso. La sua presenza piena, il suo esempio, il suo amore imparato tardi ma con forza. Quel periodo breve e irripetibile in cui avevamo camminato fianco a fianco, condividendo parole, silenzi, gesti minimi ma decisivi, è ciò che più mi ha definito”.

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