di Virgilio Iandiorio
Per noi uomini del XXI secolo, l’eredità del mondo classico: è un peso insopportabile (il classico) da deporre al più presto in qualche modo e luogo? O rappresenta una quantità di affetti e di valori che, comunque vadano le cose, noi ci porteremo dietro, perché nostro?
Nel film “Shakespeare Wallah”, del 1965 diretto da James Ivory, venivano narrate le avventure di una compagnia di attori inglesi, che nella loro vita avevano girato per tutta l’India recitando Shakespeare, in un momento in cui il dominio britannico in quella nazione era finito. Gli spettatori in un paese, che andava lentamente trasformandosi, erano sempre meno attratti da uno spettacolo che non comprendevano più. Fu il fallimento. Vuoi vedere che anche la nostra, la cultura classica, stia vivendo lo stesso dramma?
L’on. Gerardo Bianco nel 1985 ha dedicato un numero monografico della rivista, Fondamenti, da lui diretta per la casa editrice Paideia, intitolandolo “Il classico a confronto”. A rileggerli oggi, quegli articoli, firmati da specialisti di cultura classica italiani e stranieri, sembrano premonitori.
In questo numero della rivista Gerardo Bianco, intitolava così il suo articolo: Perché il classico. Come a voler indicare la causa reale del fenomeno
“Immergersi nel passato – scriveva l’on. Bianco-, vivendone in pieno l’esperienza, appartiene ad una sfera vitale della psicologia umana, sembra rispondere ad un bisogno profondo di scoprire il mistero e, dietro la narrazione fantastica e poetica, la realtà storica”.
La storia è una grande trama “fatta di irrazionalità e di sopravvivenze mitologiche ma anche di tensione verso la logica l’armonia”; essa costituisce, per noi, “il mezzo per conservare gli elementi di coesione civile, ciò che, appunto, accomuna e rende riconoscibile la nostra tradizione”. E’ vero anche, sottolineava l’on. Gerardo Bianco, che il pensiero talvolta “aspira all’ex nihilo e la razionalità presume di poter costruire ex novo”; ma la storia mette al riparo dall’errore, di questa voglia di rompere il cordone ombelicale col passato, “conservando gli elementi costitutivi e basilari delle tradizioni, in una eterna ricerca delle vicende e delle cause, della veridicità dei fatti e del loro sviluppo”.
“La classicità –affermava l’on. Bianco– si manifesta con un incommensurabile patrimonio di conoscenze e di forme ma anche, in assoluto, come categoria spirituale dell’eterno interrogarsi dell’uomo sul suo destino personale e collettivo in rapporto alla divinità e alla natura, alla ricerca della sua collocazione nell’universo. La forma della classicità è, dunque, l’illuminazione dell’indistinto che si specifica e si ricompone in unità, con l’arte, con il pensiero. Probabilmente, la fatica di Sisifo è la proiezione del permanente sforzo umano di giungere alla vetta impossibile che pure lo attrae irrimediabilmente…La classicità forniva accanto a splendidi modelli, consapevolezza della precarietà e dei limiti della sua stessa illuminazione. Rifiuto del mistero e dell’inesplorato, ma insieme percezione religiosa della loro eterna esistenza”.
“Nella sua esigenza di vitalità –si interrogava l’uomo politico irpino– è possibile alla nostra cultura operare una decapitazione della cultura classica, sotto l’insorgere sulla scena anche di altre culture, finora emarginate, e nella stanchezza del vecchio? E’ stato giustamente osservato: Viviamo in un’epoca in cui quasi tutto può venire alla fine accettato o respinto come assolutamente vero o falso. Lo stesso porsi della domanda esige una risposta che comporti una nuova esplorazione del logos, una illuminazione che restituisca distinzione ed armonia. Si ritorna allora, inevitabilmente, ai postulati del classico. Così sembra se constatiamo, ad esempio, la fortuna di filosofi della politica, qualche anno addietro anomali e appartati, come Vögelin (1901-1985), Strass (1899-1973), o Ritter (1903-1974), studiosi del pensiero greco, o il riemergere di problematiche centrali della meditazione aristotelica, come quello della giustizia”.
Gerardo Bianco studioso del mondo classico non disgiunto dall’uomo impegnato in prima persona nell’agone politico, additava il pericolo delle Erinni che si aggirano nella società e nella sua organizzazione. “Quando nel linguaggio –scriveva l’on. Bianco– o nell’etica si cerca di dissolvere il nefas, si spezza il nesso con il fas, che poi si ripropone, nella storia, come principio di autorità, conducendo non all’armonia delle parti, ma all’ordine del potere”.
“Il discorso dell’uomo sull’uomo – scriveva l’on. Bianco– e sul consorzio umano, dopo le grandi stagioni dei diritti individuali e collettivi, passa oggi per un ampio dialogo che abbia fondamenti logici e un comune sentire. Lo sviluppo dei sistemi logici ripropone i metodi dell’argomentazione e della coerenza linguistica che è anche salda struttura ortografica e sintattica”.
Nell’età della telematica e dell’IA la classicità potrebbe essere ricacciata negli studi specialistici (il che equivale ad una sua espulsione dalla scuola), diventare archeologia pura e semplice. “La forza di una tradizione –affermava l’on. Bianco– crea le condizioni stesse dell’esprimersi”; e concludeva il suo articolo con una interrogazione: “Non è il procedere, più di ogni rinascere o risorgere, un essere capaci di sentire la forza dei propri radicamenti?”



