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L’ambizione dei potenti è destinata al naufragio

di Virgilio Iandiorio

Negli anni ‘70 le convinzioni politiche si esprimevano anche con gustose battute. Come quella, sottoforma di domanda, “che cosa fa più male all’Italia il bacco, il tabacco o la Venere?”. E a chi rimaneva interdetto, l’interrogante affermava:” E’ il tabacco, perché basta un mezzo toscano”. Il riferimento era ad Amintore Fanfani, politico di punta a quei tempi, che non era di statura alta ed era toscano. Oggi, battute del genere risulterebbero fuori corso legale, come la moneta non più in uso.

Aveva regione Ferrante Pallavicini (1615-1644), alias Ginifaccio Spironcini,  autore satirico, che pagò con la decapitazione le sue feroci critiche del papato. Egli così scriveva nel 1644:” Viviamo in secoli troppo pervertiti dalla perversità de’ Dominanti, onde fa di mestieri che gl’Historici ancora siano adulatori. Altrimente chi vuole discernere il vero, primo elemento delle historie, fa di mestieri scuoprire le piaghe de’ Prencipi con soverchio pericolo di restar infetti per la loro maligna corruttione. E che altro può scriversi, che la ingiustitia de’ consigli, e la imprudenza nelle esecutioni? Evvi forse ravvolgimento in Europa, a’ cui raggiri non segua la iniquità, e la tirannide de’ Potentati? La ingorda rapacità degli Spagnuoli, non mai paga de ciò, che possede, è pure l’unico motivo di questi tumulti, ne’ quali sopravenuti da inaspettate procelle, sollevate però dal vento indiscreto della loro ambitione in Catalogna, et in Portogallo, piangono hora il naufragio imminente della loro grandezza”.

Ferrante Pallavicini diceva queste cose quando era in atto la Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Una guerra di religione, tra cattolici e protestanti, che sconvolse l’Europa e provocò tante morti di povera gente. E continuava nella sua esposizione il nostro Autore:” Se ne’ cabinetti de’ Prencipi sono empi li Consiglieri, non meno perfidi e sciocchi sono gli esecutori di somiglianti consegli. Tra’ capi di guerra li disordini, le sciocchezze sono fertili de’ loro vituperi, in guisa che l’honore delle vittorie, non può che simplicemente attribuirsi alla fortuna. E come possono scriversi li loro falli se chi di presenza [è presente], invia le relationi, essendo appassionato [di parte] gli cela? Così va in somma, mentre non può che da informationi dipendere l’historico, non può assicurarsi di verità, se si fonda in congietture, non può che dir male”.

Come non andare con la mente al momento che stiamo vivendo, in cui c’è una guerra in atto che ci si ostina a chiamare con altro nome, da parte di chi l’ha voluta. Se sostituissimo il nome di Spagnuoli con quello di Russi, avremmo anche noi oggi giustificato l’aggressione e le malefatte di chi vedendo imminente il naufragio della propria grandezza, non trova di meglio che scatenare una guerra, non contro i nemici supposti (Nato), ma contro quelli che si considerano amici e parte della stessa Unione, fino a pochi anni fa.

Gli invasori odierni, come quelli del passato, “Consolansi con buone speranze, quanto più sono disperati, come pure con falsi avvisi di vittorie, e d’acquisti, usano d’accalorare il loro partito, animando l’adherenza di chi lo segue, e spaventando chi gli è contrario”.

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