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Me ne vado e divento Papa, Carbone si racconta in un film tra radici e desiderio di fuga

Giuseppe Tecce

Con il film “Me ne vado e divento Papa”, Antonello Carbone, regista e documentarista irpino, si sfida in un lungometraggio, su un terreno familiare ma insidioso: quello dell’emigrazione. La faccenda viene trattata in modo ironico, quasi beffardo, raccontando un fenomeno che attraversa tutta l’Irpinia come una ferita, attraverso gli occhi del protagonista, che altri non è se non il regista stesso: un uomo sul punto di partire, ma che, in fondo, non crede davvero alla possibilità della fuga.

Il film è costruito con un linguaggio visivo consapevole e rigoroso. Le inquadrature fisse rendono i dialoghi più poetici, mentre i primi piani lunghissimi dilatano il tempo, sospendono l’azione e trasformano ogni volto in un paesaggio interiore. Lo spettatore è condotto in una dimensione in cui il tempo non scorre, ma sedimenta, come accade nei luoghi che sembrano fuori dalla memoria e, proprio per questo, profondamente dentro la storia.

Sì, come si è capito, il film è ambientato in Irpinia. Ma non in un luogo preciso: piuttosto in una geografia emotiva, dove la terra, la natura, la memoria e il soprannaturale convivono come elementi di un’unica mitologia. È qui che si muovono Antonello e Nina, interpretata con delicatezza da Stefania Varriale, in una danza onirica e talvolta surreale, che trasfigura gesti e parole, invitando lo spettatore a interrogarsi sulla caducità di ciò che possediamo e sulla bramosia, tipicamente umana, di desiderare sempre l’altrove.

La struttura narrativa del film segue l’ultima giornata del protagonista nel suo paese, intrecciando ricordi personali, testimonianze e immagini d’archivio che raccontano quarant’anni di storia irpina e il tema dell’emigrazione.

In questo senso, l’opera si muove sul confine tra cinema e documentario, tra autobiografia e racconto collettivo, trasformando una vicenda individuale nella metafora di un destino condiviso.

Le musiche di Carmine Ioanna, sincopate e vibranti, rafforzano il legame con il territorio grazie all’uso della fisarmonica e dialogano con la staticità delle immagini in un contrasto propositivo. È proprio in questo attrito tra immobilità visiva e movimento sonoro che nasce il ritmo del film: un ritmo interiore, più che narrativo, capace di evocare appartenenza, nostalgia, resistenza.

Me ne vado e divento Papa è un racconto sulla permanenza, sull’impossibilità di andarsene davvero, sulla tensione tra radici e desiderio. È un cinema che si muove tra le verità fragili dei luoghi marginali, di quelle terre che sembrano periferiche e che invece custodiscono, come scrigni segreti, il senso più profondo dell’esistenza.

In definitiva, l’opera di Carbone si colloca in una tradizione di cinema poetico e territoriale, capace di trasformare l’Irpinia in un vero e proprio personaggio: una terra che parla, che resiste, che trattiene e respinge, che ama e che ferisce. Un cinema che ritengo necessario, perché racconta ciò che spesso resta fuori dalla vista: la dignità austera dei paesi, la malinconia delle partenze, il paradosso di chi sogna di andare via, per scoprire, alla fine, di appartenere irrimediabilmente al luogo da cui vorrebbe fuggire.

 

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