Un sistema di rapporti tra imprese, lavoratori dei cantieri e ambienti per condizionare appalti e subappalti lungo la linea dell’Alta Velocità Napoli-Bari. È il quadro delineato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli nell’ambito di un’inchiesta che coinvolge complessivamente 49 persone, tra cui due imprenditori irpini.
La Procura ha chiesto misure cautelari per 45 indagati, mentre per altri quattro non è stata formulata richiesta. L’indagine punta a ricostruire una presunta rete di interessi capace di incidere sull’assegnazione e sull’esecuzione di lavori pubblici, con particolare attenzione ai cantieri dell’Alta Velocità.
Al centro dell’inchiesta ci sarebbero alcuni imprenditori indicati dagli investigatori come concorrenti esterni al sodalizio malavitoso.
Secondo la ricostruzione della Dda, i rapporti tra gli ambienti criminali e alcune realtà imprenditoriali avrebbero avuto come obiettivo quello di favorire determinate società nell’accesso alle procedure pubbliche e nell’ottenimento di affidamenti e subappalti.
Il presunto meccanismo avrebbe coinvolto anche imprese considerate vicine al clan, creando una rete nella quale si sarebbero intrecciati affidamenti, pagamenti, interessi imprenditoriali e rapporti personali.
Per gli inquirenti, alcuni imprenditori si sarebbero messi a disposizione per orientare l’assegnazione e l’esecuzione di lavori e servizi pubblici, arrivando anche a favorire l’assunzione di persone segnalate dagli ambienti criminali.
Le contestazioni, a vario titolo, comprendono associazione di tipo mafioso, concorso esterno, trasferimento fraudolento di valori, corruzione, fatture per operazioni inesistenti, frode, violazioni in materia di lavoro e favoreggiamento personale.
Nel corso dell’indagine la Guardia di Finanza ha inoltre eseguito diverse perquisizioni.
Una parte centrale dell’inchiesta riguarda gli appalti e i subappalti nei cantieri dell’Alta Velocità Napoli-Bari.
Secondo l’accusa, alcuni responsabili e incaricati di pubblico servizio avrebbero favorito determinate imprese rispetto alla concorrenza attraverso affidamenti diretti, lavori in economia, pareri favorevoli, pagamenti accelerati e subappalti concessi in deroga alle procedure previste.
Uno degli episodi contestati riguarda pagamenti preferenziali relativi a crediti vantati da un’impresa, per un valore complessivo superiore a un milione e mezzo di euro, attraverso quattro bonifici effettuati tra luglio e ottobre 2024.
In cambio, secondo l’accusa, sarebbe stata versata una somma di 5mila euro.
Un ulteriore episodio riguarda un responsabile di cantiere che avrebbe ricevuto una somma analoga per favorire affidamenti, subappalti e pagamenti. A un capocantiere viene invece contestata la corresponsione di 2mila euro e, in un altro episodio, l’assunzione di un familiare.
Secondo gli investigatori, le presunte utilità non sarebbero state esclusivamente economiche.
Tra le contestazioni figurano una cena, la disponibilità per alcuni giorni di un’auto di lusso, un macchinario per la manutenzione del verde, l’utilizzo gratuito di un appartamento, confezioni natalizie, orologi di pregio e la promessa di un’automobile.
Per la Procura, si sarebbe trattato di contropartite finalizzate a consolidare nel tempo rapporti di favore e vantaggi per determinate imprese.
Nel filone relativo ai materiali di cantiere viene inoltre contestato a un responsabile di aver favorito un’impresa consentendo la sottrazione di pannelli e puntelli da un sito di lavoro, in cambio di almeno 3mila euro.
L’indagine si estende anche al fenomeno del caporalato e allo sfruttamento della manodopera.
La Procura contesta a diversi soggetti l’impiego, nei cantieri dell’Alta Velocità, di lavoratori egiziani privi del permesso di soggiorno.
Secondo la ricostruzione investigativa, la manodopera sarebbe stata reclutata e gestita attraverso un intermediario e impiegata in condizioni caratterizzate da orari prolungati, mancati riposi, retribuzioni inferiori ai minimi previsti e carenze sotto il profilo della sicurezza.
Gli investigatori ricostruiscono inoltre una presunta operazione finanziaria nella quale sarebbe stato chiesto l’intervento del gruppo criminale per favorire il trasferimento, attraverso una società, di circa 300mila euro destinati all’acquisto di un immobile riservato a investitori stranieri.
L’operazione sarebbe stata realizzata attraverso false fatturazioni. Anche la provenienza del denaro è oggetto di contestazione.
Un altro capitolo dell’inchiesta riguarda un presunto giro di fatture per operazioni inesistenti.
Secondo l’accusa, alcune società avrebbero emesso documenti fiscali fittizi nei confronti di un’impresa. Dopo l’esecuzione dei bonifici, una parte delle somme sarebbe stata restituita in contanti, creando una disponibilità finanziaria che, secondo gli investigatori, avrebbe potuto essere utilizzata per alimentare le presunte dazioni corruttive.
Tra gli episodi contestati figura una fattura da 65mila euro, risalente al settembre 2024, collegata a un presunto tentativo di trasferimento di denaro all’estero.
Altri capi d’imputazione ricostruiscono ulteriori operazioni con fatture ritenute fittizie e successive restituzioni di denaro contante, fino al 2025 e al gennaio 2026.
Un filone distinto dell’inchiesta riguarda infine una società che, secondo la Dda, sarebbe stata utilizzata per schermare la reale titolarità delle quote.
Gli investigatori ipotizzano che le partecipazioni societarie siano state intestate fittiziamente a persone diverse dall’effettivo titolare, con l’obiettivo di eludere le misure di prevenzione patrimoniali e consentire la prosecuzione della partecipazione alle gare d’appalto, comprese quelle collegate alla Tav.
Anche questo episodio viene contestato con l’aggravante dell’agevolazione a un clan camorristico.
Per venti degli indagati è stato fissato per il 15 settembre l’interrogatorio preventivo di garanzia davanti al gip del Tribunale di Napoli.


