di Virgilio Iandiorio
Tutti conoscono, o perché l’hanno letto o perché ne hanno sentito parlare, il romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli”. Quanti hanno letto, dello stesso autore, “Paura della libertà” non saprei proprio indicare un numero. Perché sarebbe un numero di quantità contenuta, sparuto.
Il libro venne scritto da Levi nel 1939, quando era in esilio in Francia, dopo il confino in Lucania. Siamo all’inizio della seconda guerra mondiale. Levi si poneva le domande, che non sono molto diverse da quelle che ci poniamo noi, oggi. Perché la gente si tengono lontano dalla libertà? Perché siamo così timidi nell’esprimere le nostre convinzioni e i nostri sentimenti? Levi si chiedeva, in particolare, perché hanno potuto prosperare, e prosperano, governi autoritari e perché la gente accetta supinamente la prepotenza del potere?
La risposta ci viene dalla storia. in ogni epoca, infatti, l’uomo è rimasto terrorizzato dalla prospettiva che implica la libertà di scelta e la conseguente responsabilità. Allora, è meglio vivere nella certezza che l’autorità, statale o religiosa, ci fornisce, derivandone regole di comportamento e di pensiero che confortano le persone e attutiscono la rinunzia alla libertà.
Il libro di Levi ha trovato lettori e cultori fuori dall’Italia. Ha avuto particolare fortuna negli Stati Uniti. Grazie anche a studiosi di origini irpine. Nel 2008 Stanislao G. Pugliese, docente di storia moderna europea alla Hofstra University, originario di Montefalcione, ha scritto l’introduzione al libro di Levi “Fear of Freedom “-paura della libertà-, tradotto da Adolphe Gourevitch negli anni cinquanta del secolo scorso.
Una decina di anni prima della pubblicazione del libro curato dal Pugliese, in un convegno tenuto a Roma nel 1996, un altro studioso, di origini di Montefalcione, Lawrence Baldassaro, relazionò su questo libro di Levi. Faceva notare Lawrence Baldassaro, come:” Paura della libertà è un’opera relativamente trascurata, principalmente a causa della sua reputazione di libro difficile…Per combattere il timore dell’ignoto, che minaccia di opprimerci, dobbiamo dargli un nome, dargli una configurazione, deificarlo”. In Paura della libertà, Levi riporta l’analogo atteggiamento adottato dallo Stato, e più specificamente lo Stato totalitario. Egli “equipara lo Stato totalitario, o meglio il suo potere di contro0llo sulle masse, con l’istintiva paura della libertà. La fedeltà delle masse allo Stato-idolo non è altro che una fuga dal proprio io, un mezzo per evitare la paura del confronto con sé stessi, senza il quale non può esistere il senso di identità o di libertà”.
Nel quarto di copertina del suo libro Stanislao Pugliese ha posto questa riflessione di Lawrence Baldassaro: “Paura della libertà è una riflessione provocatoria e stimolante sull’apparente disgregazione della civiltà occidentale. Questa nuova edizione dell’opera fondamentale di Levi è arricchita dalla lucida introduzione di Stanislao Pugliese, una preziosa guida allo sviluppo intellettuale di Levi e alla sua intramontabile analisi del fascismo, che anticipa il lavoro di critici sociali come Umberto Eco e Susan Sontang [1933-2004 scrittrice statunitense che unì agli interessi letterari la partecipazione al dibattito politico].
Lawrence Baldassaro è morto lo scorso 8 settembre, ma rimane viva la sua eredità culturale. Rimane a noi il compito di renderla vitale attraverso la lettura delle sue riflessioni e delle sue opere.


