Carcerazione preventiva e presunzione di non colpevolezza al centro dell’incontro tenuto dall’Ordine degli Avvocati, oggi pomeriggio, nella Sala blu “Ciriaco de Mita” del Carcere Borbonico di Avellino. I lavori sono stati aperti dai saluti della presidente del Tribunale di Avellino, Francesca Spena, e del procuratore facente funzioni della Repubblica, Francesco Raffaele. L’introduzione è stata curata da Raffaele Tecce, consigliere dell’Ordine e responsabile della Scuola Forense, mentre la moderazione è stata affidata a Gianni Colucci, direttore de Il Mattino di Avellino.
“Sono stato fortunato durante il periodo del mio tirocinio, perche’ ho trascorso diversi mesi con un collega, Eugenio Giacobini, un giudice, che una delle prime domande che mi ha fatto, passandomi un fascicolo, fu quello di sfogliarlo e poi mi disse: cosa c’è qua dentro? Io molto ingenuamente ho risposto: certificato anagrafico, penale…La sua risposta fu: no, li dentro c’e’ la vita di una persona, non te lo scordare mai .Nel nostro ordinamento si può essere privati della libertà personale, sulla base di quelli che vengono detti “gravi indizi”- ha spiegato Raffaele- perché ci sono delle esigenze cautelari da soddisfare, quando però i gravi indizi non sono sufficienti ad una sentenza di condanna. Un poco un paradosso. Ecco perché ai colleghi giovani dico sempre: le indagini non si fermano con un giudicato cautelare favorevole alla Procura ma devono continuare. Perché puo’ accadere che quei gravi indizi non sono sufficienti ad ottenere una sentenza di condanna. Non credo e non voglio credere che ci siano dei colleghi che firmano una richiesta di misura cautelare per ottenere una misura della custodia in carcere con leggerezza. Credo che in perfetta buona fede si sia convinti della richiesta o della misura che si sta applicando, proprio perché sono provvedimenti che vanno ad incidere profondamente nella vita di un soggetto che è presunto innocente”.Una tendenza che si e presa una sorta di doppio binario, in cui ha spiegato il magistrato: viene imposta una presunzione assoluta legata alle esigenze cautelari per i reato di 416 bis, che io continuo a definire aggravati dall’articolo 7, in ultimo, anche recentemente per quanto riguarda i reati di “codice rosso”, dove addirittura noi dobbiamo non motivare al Gip perché chiediamo gli arresti domiciliari ma dobbiamo dire al Gip perché non chiediamo gli arresti domiciliari o la custodia in carcere ma una misura meno afflittiva, quindi una sorta di inversione di quello che era il ragionamento percorso”.
Fabio Benigni, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, ha posto l’accento sulle difficoltà della difesa nel contesto della carcerazione preventiva. Marco Auciello, sostituto procuratore, ha illustrato le ragioni della pubblica accusa, richiamando i limiti della normativa attuale. Il professor Vincenzo Maiello, docente di Diritto penale all’Università Federico II di Napoli, ha offerto una analisi dettagliata del tema, suffragata anche da numeri dei casi in Campania.“Ogni anno circa 1.000 persone ottengono l’indennizzo per ingiusta detenzione, ma questo dato non fotografa tutti i soggetti arrestati e poi assolti. Alcuni, per evitare ulteriori complicazioni, non si rivolgono alla Corte d’Appello; altri vedono rigettata la loro istanza perché la giurisprudenza ha sviluppato criteri molto rigidi. Siamo di fronte a un problema culturale della giurisdizione: una vicinanza tra chi accusa e chi giudica che crea effetti negativi. Le riforme del governo, come l’interrogatorio preventivo, vanno in questa direzione. Personalmente, la giudico positivamente, anche come avvocato che ha vissuto esperienze di questo tipo. È una sperimentazione in corso, ma utile”.
Marcello Rotondi, presidente di sezione del Tribunale di Potenza, ha illustrato le difficoltà pratiche nella gestione delle misure cautelari, mentre Giuseppe Gargani, presidente dell’Associazione ex Parlamentari, ha aggiunto una riflessione di ampio respiro: “È uno dei problemi più gravi perché, se il cittadino riflettesse a fondo, ricorderebbe che Francesco Carnelutti ha ripetuto più volte che la civiltà di un paese si misura dal processo penale e dalle carceri. Se mettiamo insieme queste due cose, visto che in Italia non funzionano, non rappresentano alcun fiore all’occhiello della civiltà del nostro paese. Dobbiamo constatare che il processo penale è ibrido e le carceri, io credo, non hanno eguali non solo in Europa, ma neanche in altri paesi”.
Testimonianza personale e riflessioni sulla responsabilità
Il convegno ha avuto anche un momento di esperienza personale con Carmine Antropoli, direttore del Dipartimento di Chirurgia generale dell’AORN Cardarelli di Napoli. Antropoli ha raccontato la propria detenzione ingiustificata:“Ho subito quattro mesi di carcere e tre di domiciliari da innocente. Durante i miei quattro mesi di carcere ho avuto un grave episodio di tiroide, stavo morendo, ho perso 25 kg. Non avevo alcun pericolo di fuga o possibilità di inquinare le prove, eppure sono stato arrestato tre anni dopo la fine del mio mandato da sindaco, come misura cautelare. Dopo sei anni sono stato assolto in primo e secondo grado perché il fatto non sussiste. Questa esperienza mi porta a dire sì al referendum: tutte le professioni che sbagliano devono pagare, perché i magistrati devono rispondere allo stesso modo. Una riforma in questo senso è epocale”. Antropoli ha presentato anche il suo libro Da Volturno al Tevere al Nilo: Storie umane e di mala giustizia, un racconto della vita carceraria e delle persone che la vivono.
Sul volume si è soffermato anche l’x sottosegretario alla giustizia Gargani :“Questo libro è eccellente. Ne ho letti tanti, occupandomi di giustizia da anni, ma un libro così squisito, rispettoso, particolare e descrittivo della vita carceraria credo debba diventare un esempio per il paese. Può essere istruttivo per i giovani”.


