Un filo sottile preoccupa il centrodestra e la sua leader, Giorgia Meloni. È il filo che regge fino a quando non sarà noto il risultato del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Solo allora quel filo potrebbe spezzarsi o, al contrario, consolidarsi.
Il referendum, come è noto, non ha bisogno di quorum per essere valido; pertanto l’attenzione riguarda l’astensionismo, che però non inficia il risultato.
Se la chiamata alle urne del popolo sovrano dovesse bocciare il decreto Nordio, il “No” aprirebbe una ferita nella coalizione di governo dagli esiti imprevedibili. Considerato che la maggioranza, tra ingressi, cambi di casacca e frizioni interne, potrebbe giungere fino al punto di mettere in discussione il proprio futuro già a partire dal voto politico del 2027.
Se questa ipotesi dovesse venir meno, allora il “Sì” referendario consoliderebbe la maggioranza e la stessa premier, peraltro alle prese anche con un rapporto “contestato” con l’amico americano Donald Trump.
Proprio per questo Giorgia Meloni intende mettere al riparo la legge elettorale, il cui testo, secondo voci all’interno della maggioranza, sarebbe ormai quasi pronto. Il deposito potrebbe arrivare già entro questa settimana o, al più tardi, all’inizio della prossima e, comunque, prima del referendum sulla riforma Nordio in programma il 22 e 23 marzo.
La proposta al vaglio di Fratelli d’Italia prevede un sistema proporzionale con un premio di maggioranza che scatterebbe al raggiungimento della soglia del 40 per cento. Tra le ipotesi in campo ci sarebbero anche listini di coalizione. Un’altra proposta riguarda l’introduzione del ballottaggio nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga il 40%. Su questo punto, però, Forza Italia e Lega avrebbero espresso contrarietà.
La presidente del Consiglio spinge inoltre per la reintroduzione delle preferenze, ma anche su questo fronte gli alleati frenano.
Infine, resta sul tavolo il tema del premierato, considerato una priorità da Fratelli d’Italia. Tuttavia, come detto, prima c’è il referendum sulla riforma della giustizia.
Al momento «ogni partito — spiega Alessandro Battilocchio, che per FI si sta occupando del dossier — sta facendo approfondimenti tecnici e simulazioni ed è possibile che già nelle prossime settimane ci sia un incontro di maggioranza».
Sulla fretta per la presentazione della legge elettorale premono sia Fratelli d’Italia sia Forza Italia, mentre frena la Lega, che non ha mai dato il proprio avallo definitivo alla cancellazione dei collegi, i quali — soprattutto al Nord — rappresentano per il partito di Matteo Salvini un punto di forza.
Tra i temi ancora aperti si discute sulla soglia di sbarramento, attualmente al 3% per le liste singole e al 10% per le coalizioni. E un certo rilievo lo assume il “caso” di Roberto Vannacci, il cui peso è ancora da quantificare. Le sue scelte, finora non precisate, rappresentano un elemento di allarme per la maggioranza.
Un altro fattore entrato nelle valutazioni è la necessità di farsi trovare pronti qualora, in caso di esito negativo del referendum, la situazione dovesse precipitare. L’obiettivo resta comunque quello di ottenere un primo via libera alle modifiche entro l’estate, per poi chiudere la partita in autunno.
Una volta definito un testo, potranno partire eventuali interlocuzioni con le opposizioni, che attendono una proposta unitaria della maggioranza. Certo è che il clima di estrema polarizzazione non aiuta.
«Finalmente una medaglia d’oro anche per Giorgia Meloni, che realizza un record antidemocratico: in quattro anni la presidente del Consiglio ha chiesto ben 108 voti di fiducia, più di qualsiasi altro governo», attacca il segretario di +Europa, Riccardo Magi.
«Sorprende — aggiunge — che nel dibattito sulla legge elettorale ci si concentri sulla necessità di dare maggiori poteri al governo. L’urgenza dovrebbe essere invece quella di restituire centralità al Parlamento».



