Tra proposte fuorvianti e uso improprio della parola “consorzio”, l’Irpinia rischia di indebolirsi proprio mentre avrebbe bisogno di compattezza, visione e responsabilità.
C’è un equivoco pericoloso che sta tornando a circolare nel dibattito sul Taurasi, ed è bene chiarirlo subito, senza ambiguità: parlare oggi della nascita di un nuovo “consorzio” del Taurasi non ha alcun senso, né tecnico né strategico.
Il motivo è semplice. Il Consorzio di Tutela Vini d’Irpinia esiste già ed è l’unico soggetto riconosciuto con strumenti, legittimità e funzioni per operare sulla denominazione. Tutto il resto, eventualmente, può essere solo un’associazione. Legittima, certo. Ma profondamente diversa.
Continuare a usare la parola “consorzio” in modo improprio non è una sfumatura linguistica. È un errore sostanziale che rischia di generare confusione nei produttori, negli operatori e soprattutto nei mercati. Perché un consorzio di tutela riconosciuto ha poteri, responsabilità e strumenti che una semplice associazione non potrà mai avere: dalla promozione istituzionale alla vigilanza, dalla rappresentanza ufficiale alla gestione della denominazione. Chiamare “consorzio” qualcosa che non lo è significa vendere un’illusione. E oggi, l’Irpinia, di illusioni non ha proprio bisogno.

Il Taurasi DOCG, riconosciuto nel 1993 e per anni unica denominazione di questo livello in tutto il Sud Italia, è già espressione di una complessità territoriale straordinaria: diciassette comuni, colline difficili, biodiversità unica. Non è un vino semplice, non è un vino costruito per piacere a tutti. È un rosso identitario, profondo, spesso spigoloso, che richiede tempo, conoscenza, cultura.
Proprio per questo, ha bisogno di una narrazione forte e condivisa. Non di ulteriori divisioni.
E invece, mentre il mercato globale chiede chiarezza, riconoscibilità e massa critica, in Irpinia riaffiora la tentazione della frammentazione. Nuove strutture, nuove sigle, nuovi perimetri sempre più ristretti. Come se il problema fosse l’unità, e non la sua mancanza.
I numeri raccontano una realtà che dovrebbe far riflettere. In Veneto, l’Amarone supera i dieci milioni di bottiglie e trova collocazione con una forza impressionante. In Irpinia, il Taurasi si ferma a circa un milione e fatica ancora a esprimere tutto il suo potenziale commerciale. Davvero qualcuno può pensare che la risposta sia dividere ulteriormente?
La verità è più scomoda, ma anche più chiara: il problema non è strutturale, è culturale. È l’incapacità cronica di fare sistema. È quella tendenza alla “balcanizzazione” che porta a creare micro-realtà autoreferenziali, incapaci di incidere davvero.
Eppure, proprio mentre qualcuno propone nuove divisioni – mascherandole dietro parole improprie come “consorzio” – c’è chi sta lavorando nella direzione opposta. Il Consorzio di Tutela Vini d’Irpinia sta cercando di rafforzare l’identità complessiva del territorio. Il Consorzio CREANZA -Irpinia green experience sta costruendo una rete concreta tra produttori e strutture ricettive, puntando sul turismo esperienziale, oggi leva fondamentale per il vino contemporaneo.
Queste iniziative non sono perfette. Ma hanno una cosa che le altre non hanno: una direzione. Quella dell’aggregazione.
Proporre oggi nuove strutture parallele non solo è tecnicamente scorretto, ma è strategicamente dannoso. Perché ogni nuova divisione:
• confonde il mercato
• disperde risorse
• indebolisce la forza contrattuale del territorio
• mina la credibilità complessiva dell’Irpinia
E soprattutto trasmette all’esterno un messaggio devastante: che non siamo capaci di fare squadra.
Il Taurasi non è un vino che si presta a operazioni di corto respiro. Non è un prodotto da “posizionamento veloce”. È un vino che richiede tempo, profondità, coerenza. E tutto questo può esistere solo dentro una visione comune.
C’è poi una verità semplice, quasi dimenticata. In queste terre difficili, i nostri nonni avevano capito tutto: da soli non si va da nessuna parte. La comunità non era un valore astratto, era una necessità concreta. Si lavorava insieme, si condividevano risorse, si costruiva equilibrio.
Oggi, invece, qualcuno pensa di potersi salvare creando un nuovo contenitore, magari chiamandolo impropriamente “consorzio”. Ma senza strumenti, senza riconoscimento, senza forza reale.
Non è una soluzione. È una distrazione.
Il vero rischio non è per il singolo produttore. È per l’intero territorio. Perché mentre qui si discute di divisioni e si alimentano equivoci, altrove si investe, si comunica, si cresce.
E allora è il momento di dirlo con chiarezza: chi oggi spinge per la frammentazione – e lo fa usando anche termini impropri che generano confusione – non sta difendendo il Taurasi. Sta indebolendo l’Irpinia.
E continuare su questa strada non è una strategia. È un errore che non possiamo più permetterci.
“Al Taurasi non ha bisogno di più confini: ha bisogno di più comunità.”


