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Referendum, quando il terzo potere perde l’equilibrio

di Massimo Passaro.

In occasione dell’attuale campagna referendaria, ritengo doveroso chiarire pubblicamente la mia posizione.

Il mio orientamento di voto è frutto di uno studio attento della riforma oggetto del referendum, all’interno della quale ho individuato elementi condivisibili tanto nelle ragioni del “sì” quanto in quelle del “no”. Per una scelta di riservatezza personale, non intendo rendere noto il mio voto, pur consapevole che chi mi conosce sa bene come le mie decisioni non siano mai guidate da appartenenze politiche, bensì da una riflessione autonoma e tecnica sulla qualità e sulla struttura della norma.

– Nel corso di questa campagna referendaria, mi sarei potuto aspettare dinamiche di contrapposizione politica anche accese: mobilitazioni sindacali, rivendicazioni di merito da parte delle forze politiche, legittime nel confronto democratico.

– Tuttavia, ciò che mi ha profondamente amareggiato è stato assistere a comportamenti provenienti dal terzo potere dello Stato, che ho sempre ritenuto e difeso come presidio di equilibrio e garanzia.

– Non è possibile accettare che proprio dalla magistratura emerga uno scenario così grave e disorientante, nel quale sembra non trovare più spazio il rispetto delle diversità di pensiero. Proprio da chi è chiamato quotidianamente ad applicare il diritto — attraverso sentenze che per loro natura possono essere diverse, frutto di sensibilità, interpretazioni e percorsi argomentativi differenti — dovrebbe giungere il messaggio più alto di pluralismo, equilibrio e rispetto reciproco. Ed è invece accaduto il contrario.

– La visione di scene connotate politicamente, come il canto di “Bella Ciao”, restituisce un’immagine della magistratura che non dovrebbe mai essere esposta. Ogni individuo ha pieno diritto di coltivare le proprie convinzioni, ma queste devono restare confinate nella sfera personale e nel segreto dell’urna, senza manifestazioni pubbliche che possano compromettere la percezione di imparzialità.

– Ancora più grave appare l’adozione di atteggiamenti tipici della contrapposizione da stadio, con contestazioni dirette nei confronti del Presidente del Consiglio pro tempore — sia esso l’attuale o qualsiasi altro rappresentante istituzionale passato o futuro. Tali comportamenti non sono compatibili con il ruolo di equilibrio e terzietà che la magistratura è chiamata a svolgere.

– Preoccupa, inoltre, la chiusura verso posizioni difformi all’interno dello stesso ordine giudiziario: il contrasto nei confronti di colleghi portatori di una visione diversa sul referendum rappresenta un segnale ancor più allarmante, perché lascia intravedere una compressione del pluralismo interno e, conseguentemente, una lesione del principio democratico.

– La democrazia si fonda proprio sulla capacità di accogliere e valorizzare le differenze, non di uniformarle o reprimerle. Per questo, le immagini viste — che non esito a definire gravi e inaccettabili — impongono una riflessione seria e profonda. Dinanzi a tali manifestazioni, qualcuno potrebbe persino interrogarsi sul significato del proprio voto, alla luce di una rappresentazione così distante dai valori di equilibrio e sobrietà che ci si aspetterebbe.

– Eppure, nello stesso tempo, si è assistito a manifestazioni di entusiasmo per il fatto che la Costituzione non sia stata modificata: una soddisfazione che, se legittima nel merito, avrebbe dovuto esprimersi con il rigore e la compostezza propri di chi esercita una funzione così delicata. Se la riforma presentava criticità, forse andava riscritta meglio; ma ciò non può giustificare comportamenti che rischiano di incrinare la fiducia nelle istituzioni.

– Dalla politica, purtroppo, non ci si può dire sorpresi. Nessuno è stato realmente capace di spiegare agli italiani il contenuto delle riforme proposte, né le ragioni profonde del “sì” o del “no”. Il confronto si è trasformato in uno scontro ideologico, producendo un voto più politico che consapevole, più emotivo che informato.

– Allo stesso modo, anche il governo è chiamato a una riflessione seria: la credibilità delle istituzioni passa anche attraverso la qualità delle persone che le rappresentano. La presenza di figure discutibili o gravate da vicende giudiziarie rischia di indebolire l’intero sistema e di minare la fiducia dei cittadini. Occorre il coraggio della selezione, della responsabilità, della trasparenza.

– Questo fenomeno si riflette anche nei territori, dove troppo spesso si preferisce candidare chi garantisce consenso elettorale, anche a fronte di situazioni problematiche, piuttosto che valorizzare persone perbene. Un messaggio pericoloso, che alimenta sfiducia e disillusione.

Se questa è la direzione, la politica continuerà inevitabilmente a perdere credibilità. E i giovani continueranno ad abbandonare il Paese, alla ricerca di contesti in cui la democrazia non sia solo proclamata, ma concretamente vissuta e rispettata.

Il rispetto delle istituzioni e della democrazia passa attraverso comportamenti coerenti, credibili e responsabili. Ed è da qui che occorre ripartire.

* portavoce de I Cittadini in Movimento

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