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M’ama dance Academy, Sinigaglia: la danza abbatte barriere. La sacralità dei corpi ci aiuta a sognare una società inclusiva

La danza come strumento capace di abbattere barriere, di andare dal di là di convenzioni e stereotipi, di restituire la dimensione dell’uguaglianza attraverso la sacralità del corpo. Spiega così Marcello Sinigaglia l’idea da cui nasce “M’ama dance Academy”, presentato questa mattina al Circolo della stampa alla presenza di Michela Mancusi, alla guida dello Zia Lidia, del professore Paolo Speranza di Quaderni di Cinemasud e della danzatrice Melania Areopagita, direttrice della Compagnia della danza “Questo romanzo mi ha aiutato – prosegue Sinigaglia – a restituire ordine al caos, proprio come accade nel Decamerone di Boccaccio. La narrazione diventa spazio per sperare in una società in cui vincano accoglienza e inclusione. Così l’incontro fortuito con un gruppo di clandestini di una compagnia di ballerini lombarda, guidata da due vecchie stelle della danza che hanno perso sogni e passione, cambierà per sempre le vite di tutti i protagonisti. Il coreografo convincerà i compagni ad aiutare i giovani migranti e comincerà questo viaggio on the road per aiutarli ad arrivare in Francia. Un viaggio carico di sorprese e colpi di scena”. Spiega come “Conosco bene questa esperienza di integrazione e il mondo della danza perchè ho curato per anni la direzione artistica di una scuola di danza”. Non ha dubbi Marcello, che è anche docente di storia in un istituto superiore di Milano “L’arte può rappresentare davvero la risposta, lo tocco con mano ogni giorno quando vedo a scuola ragazzi di differenti nazionalità ed etnie lavorare insieme ad uno stesso progetto, che si tratti di teatro, di un film, di musica. Peccato che l’indebolimento del welfare abbia finito con il determinare la progressiva scomparsa di figure come i mediatori culturali. Tutto è legato alla buona volontà degli insegnanti e una volta terminate le lezioni, i ragazzi tornano nel loro universo e non hanno contatto con i ragazzi italiani o di altri paesi. Non c’è nessuno che permetta loro di incontrarsi al di fuori della scuola, di qui il miracolo che può compiere la letteratura”. Confessa come il suo romanzo sia nato innanzitutto come una sceneggiatura, con l’idea di ricavarne un film e poi successivamente si sia tradotto in un differente genere letterario “Ho sempre amato i grandi scrittori americani che restano il mio modello, da Steinbeck a Fante, capaci di evocare sequenze di immagini proprio come in un film Ed è bello constatare come il romanzo abbia conquistato giovani e meno giovani”. Non nasconde il legame forte con Pasolini “Ero mano nella mano con mia madre e assistevo alle riprese del Decameron tra le vie di Napoli. Così quando il mio primo romanzo “Le ossessioni di un coccodrillo” ha conquistato il premio Pasolini sono stato il primo ad esserne orgoglioso. Era come un cerchio che si chiudeva”.

 

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Floriana Guerriero

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