di don Gerardo Capaldo
Il 1° novembre u.s. il papa Leone XIV ha proclamato dottore della Chiesa John Henry Newman (1801-1890) già elevato alla gloria degli altari nel 2019 da papa Francesco. Newman, al centro dei numerosi contrasti e cambiamenti del suo tempo, dimostra tutta la sua attualità in un momento storico non meno travagliato.
Contrasti e anni di emarginazione che il futuro cardinale, particolarmente dopo la sua conversione dalla Chiesa anglicana a quella cattolica, sostenne con grande forza d’animo. Per cui è indicato come modello di fedeltà creatrice. Animato da una fede profonda, non esitò fin dagli anni giovanili ad evitare sia il comune ripiego di una religiosità tutta conservatrice e introversa, sia la tendenza verso polemiche aggressive e violente.
Le celebrazioni pasquali di questi giorni evocano eventi di straordinario rilievo che non si possono ridurre a semplici spettacoli e a tradizioni folkloristiche. A devozioni che non s’incarnano nella storia, non inducono al graduale superamento dell’estraneità e dell’impotenza dinanzi al grido di dolore di centinaia di milioni di fratelli. La Pasqua è un passaggio verso la vita nuova.
Certamente non mancano, come tra gli stessi apostoli dinanzi al sepolcro vuoto, dubbi, derisioni, divisioni, scoraggiamenti, fughe verso Emmaus. E tuttavia il trionfo del bene non manca se gli animi si aprono a una fedeltà creatrice, aperta alla speranza, sia pure del piccolo seme che cresce.
Il premier canadese Mark Carney, ricorda Angelo Moretti su “Avvenire”, ha pronunciato il 20 gennaio scorso un applauditissimo discorso a Davos citando la dottrina del “potere dei senza potere” di Vaclav Havel, presidente cecoslovacco, gigante del Novecento. E si chiede perché la memoria di uno dei rari “Mandela” europei sia tornata in auge grazie a un leader d’Oltreoceano.



