di Massimo Montanile
C’è un Sud che non chiede di essere raccontato, ma di essere abitato. È il Sud dei piccoli borghi, delle soglie lente, delle parole che tornano a farsi necessarie. È in questo spazio che si inserisce Dietro il Paesaggio – Rodio, Mediterraneo Interiore, il festival che dal 1 al 3 maggio ha trasformato Rodio, frazione di Pisciotta, in un laboratorio diffuso di arte, memoria e relazione.
Non si tratta semplicemente di una rassegna culturale, ma di un vero e proprio dispositivo: un modo di stare nei luoghi. L’inaugurazione della mostra permanente di Silvia Camporesi e Franco Arminio, curata da Antonio Oriente, si intreccia con tre giornate di festival pensate e curate dallo stesso Arminio. Due traiettorie che convergono in un’unica idea: il paesaggio non come sfondo, ma come soggetto vivo, come spazio di relazione tra la vita quotidiana e la memoria.
Rodio diventa così un teatro senza palco, un paese che si lascia attraversare da linguaggi diversi: musica, cinema, performance, parola pubblica. Tra gli ospiti, Rocco Papaleo, che porta il racconto del suo ultimo film Il Bene Comune, e Peppe Voltarelli, con la sua musica capace di tenere insieme radici e contemporaneità. Non semplici presenze, ma voci che si inseriscono in un dialogo più ampio, fatto di incontri e di comunità temporanee.
E poi c’è ciò che accade dentro, quando un luogo smette di essere “altro” e diventa casa. Per tre giorni mi è sembrato di essere un rodiano. Non un ospite, ma parte di una comunità provvisoria e autentica. Il secondo giorno, quando Franco Arminio ha invitato i partecipanti a prendere la parola, a raccontare qualsiasi cosa, ho sentito una necessità quasi fisica di intervenire. Ho parlato di un passaggio di Radici, perché mi sembrava che quelle parole appartenessero a quel contesto, a quel respiro collettivo.
Ho parlato di memoria. Di come, in alcuni casi, ci sia stata sottratta perfino la possibilità di evocarla. Perché la memoria non è solo nei racconti: è nei sensi, nei dettagli, nei profumi della terra. Nella valle dell’Ufita, in questo periodo dell’anno, la terra aveva un odore particolare. Bastava attraversarla perché riaffiorassero ricordi tenerissimi, dolcissimi, della mia infanzia. Era un richiamo immediato, quasi corporeo.
Sono tornato in quei luoghi, nello stesso periodo. Ma quei profumi non c’erano più. Sono stati cancellati. Una scelta politica scellerata ha espropriato i terreni per costruire fabbriche che si sono rivelate un fallimento industriale e sociale. A molti contadini è stata tolta la terra e messa addosso una tuta da operaio. Alcuni non hanno retto. La terra, oggi, non profuma più come un tempo.
Eppure, a Rodio, qualcosa resiste. E si rigenera. Nelle lunghe chiacchierate serali, spesso accompagnate da un bicchiere di vino rosso, ho ritrovato un senso profondo di comunità. Persone stupende, che ormai fanno parte del mio orizzonte umano: Franco Arminio, certo, ma anche suo figlio Livio, i ragazzi aspiranti attori con i loro sogni ancora intatti, Eduarda Iscaro, Rocco Papaleo, Giuseppe Moffa – Spedino – con la sua autenticità, e Roberto Fico, presenza discreta dentro un contesto profondamente umano.
E poi la pizzica. Ballata con mia sorella Milena. Un momento che non ha eguali. Non era solo danza: era memoria che tornava corpo, era radice che diventava gesto, era gioia condivisa che annullava ogni distanza tra passato e presente.
E infine il pranzo del terzo giorno. Lungo, condiviso, necessario. Tutti insieme, attorno a un tavolo che non era solo conviviale ma simbolico. Per un momento siamo stati tutti rodiani. Non per nascita, ma per appartenenza. Senza differenze, senza ruoli, senza provenienze. Solo persone dentro un luogo, riconosciute da quel luogo.
Ecco perché iniziative come Dietro il Paesaggio sono necessarie. Perché non si limitano a celebrare i luoghi, ma cercano di restituire loro una voce. Di riattivare relazioni, di riaprire spazi di senso. In un tempo che tende a concentrare tutto nei grandi centri urbani, Rodio diventa un punto di irradiazione culturale, un luogo in cui il Mediterraneo non è geografia ma condizione interiore.
Realizzato da Incipit con il Comune di Pisciotta e finanziato dall’Unione Europea, in collaborazione con Fucina Rhodium, Cactus Public Art e Noema Comunicazione, il festival si inserisce in una prospettiva più ampia: quella di una nuova alleanza tra cultura e territorio. Non eventi calati dall’alto, ma processi che cercano di attivare comunità, di generare senso, di lasciare tracce.
In questo senso, esperienze come questa dialogano profondamente con l’idea di ecosistema culturale: un intreccio di persone, linguaggi e luoghi che produce valore non solo estetico, ma anche sociale e civile. Il paesaggio torna ad essere ciò che è sempre stato, prima di essere dimenticato: una forma di vita condivisa.
E forse è proprio da qui che bisogna ripartire. Dai paesi. Dalle relazioni. Da uno sguardo che non consuma i luoghi, ma li riconosce.




