“Le nostre filiere del riciclo rappresentano un esempio virtuoso e vincente in Europa: un mondo sempre attento all’innovazione per raggiungere le migliori performance ambientali. L’impegno di tante realtà territoriali potrà meglio qualificare l’Italia quale Paese di riferimento nelle buone pratiche per l’economia circolare”. Lo ha ricordato a più riprese il Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin.
I progetti faro, infatti, promuovono l’utilizzo di tecnologie e processi ad alto contenuto innovativo nei settori produttivi. L’avvio dei progetti faro è stato dato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, con il D.M. del 6 agosto 2021 recante “Assegnazione delle risorse finanziarie previste per l’attuazione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e ripartizione di traguardi”, stanziando 600 milioni di euro per sostenere il miglioramento della rete di raccolta dei rifiuti.
Quattro linee d’intervento da 150 milioni per i progetti faro.
L’attivazione delle quattro linee comprende:
ammodernamento e ampliamento di nuovi impianti per la gestione dei rifiuti RAEE;
ammodernamento e ampliamento di nuovi impianti per la gestione di carta e cartone;
realizzazione di nuovi impianti per il riciclo dei rifiuti plastici (attraverso riciclo meccanico, chimico, “Plastic Hubs”), compresi i rifiuti di plastica in mare (“Marine Litter”);
finanziamento dell’infrastruttura della raccolta delle frazioni tessili pre-consumo e post-consumo, in ottica sistemica “Textile Hubs”.
Questa transizione rappresenta un’opportunità unica per l’Italia. Nel pianificare e realizzare la transizione, il Governo intende assicurarsi che questa avvenga in modo equo e inclusivo, contribuisca a ridurre il divario Nord-Sud e abbia adeguate politiche di formazione.
In particolare, il Piano vuole favorire la formazione, la divulgazione e, più in generale, lo sviluppo di una cultura dell’ambiente che permei tutti i comportamenti della popolazione.
Eppure, a Solofra crescono dubbi e perplessità sul progetto di realizzazione del nuovo impianto di trattamento e gestione rifiuti denominato: «Faro Economia Circolare-PNRR: riciclo delle plastiche non recuperabili convenzionalmente per la produzione di olio lubrificante biodegradabile», nel distretto industriale.
Anzi, è prevista la protesta contro il progetto per la realizzazione di un impianto destinato al riciclo delle plastiche non recuperabili e alla produzione di olio lubrificante biodegradabile, in concomitanza con il Consiglio comunale convocato per discutere del progetto presentato dal Centro Diagnostico Baronia Srl.
La seduta si annuncia partecipata e destinata a diventare un momento di confronto tra istituzioni e cittadinanza su uno dei pochi Progetti nazionali che rientra nell’attuazione del PNRR (Linea C) – Rivoluzione verde e transizione ecologica – che rappresenta un esempio virtuoso nella gestione dei rifiuti, vedendo tali materie come fonti preziose di elementi utili a dare valore agli output ottenuti dall’attività di End of Waste con essi eseguita.
L’impianto sfrutta un innovativo processo di depolimerizzazione termica per la trasformazione delle plastiche, non più recuperabili con i metodi tradizionali, in oli lubrificanti biodegradabili, bitumi e pigmenti carboniosi.
In tal modo si rende possibile l’autonomia dei servizi e una maggiore competitività delle aziende locali, con vantaggi a chilometro zero a tutto lustro delle comunità presenti sul territorio regionale e nazionale, diffondendo, nel contempo, un modello formativo da replicare a livello internazionale per immettere prodotti di notevole interesse industriale dalla massima sostenibilità.
Il progetto della CDB Srl ha l’obiettivo di recepire le migliori soluzioni innovative di gestione ambientale attualmente disponibili a livello internazionale, apportando vantaggi d’avanguardia per il recupero dei rifiuti, nell’ottica di favorire l’economia circolare sottesa al recupero delle plastiche, annoverandosi tra i migliori progetti PNRR-C a livello nazionale.
All’interno dei Progetti Faro, l’infrastruttura prevista a Solofra è finanziata specificamente attraverso la Linea d’Intervento C, dedicata alla realizzazione e all’ammodernamento della rete impiantistica per il riciclo della plastica.
Questa linea riveste un’importanza cruciale per diversi motivi:
è concepita in modo da non arrecare alcun danno, sia diretto che indiretto, all’ambiente;
non finanzia il recupero di basso livello (downcycling), ma la conversione di un rifiuto problematico in Materia Prima Seconda (MPS) di altissima qualità, con performance chimico-fisiche in grado di competere direttamente con le materie vergini.
I progetti sostenuti dalla Linea C sono destinati a influenzare radicalmente l’assetto industriale dei decenni a venire, sia a livello nazionale che internazionale.
Un progetto d’avanguardia fatto per difendere l’ambiente. Ma guardato con sospetto in un contesto ambientale gravato, compromesso e già segnato da criticità ambientali, come diversi consiglieri comunali hanno evidenziato nella conferenza dei servizi tenuta pochi giorni fa a Palazzo Orsini a Solofra.
Insomma, a Solofra si vuole realizzare un progetto ecosostenibile. Finalmente.
Una svolta?
Come dimenticare l’annosa questione dell’inquinamento da tetracloroetilene nella falda idrica dell’area Montorese-Solofrana?
Il caso della presenza di tetracloroetilene è finito nel capitolo relativo alle “Risultanze del programma regionale di cui alla DGR n. 180/2019 e criticità emergenti nelle acque sotterranee” delle quattrocento pagine della “Relazione sulla Terra dei Fuochi: evoluzione delle rotte criminali sui rifiuti e criticità emergenti della matrice acqua”, approvata all’unanimità dalla Commissione Bicamerale di Inchiesta sulle attività illecite commesse sul ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali ed agroalimentari (presieduta da Jacopo Morrone).
Lo scenario più preoccupante è quello descritto da uno studio dell’Università Federico II, ripreso dalla relazione della Commissione parlamentare sulle ecomafie, approvata all’unanimità.
E riguarda la contaminazione delle acque sotterranee di alcune zone della Campania (nelle province di Caserta, Napoli, Salerno e Avellino), dove sono stati registrati valori oltre soglia di tetracloroetilene e tricloroetilene, sostanze tossiche classificate come probabilmente e potenzialmente cancerogene.
La relazione dell’organismo bicamerale cerca di fornire un quadro il più possibile completo del livello di competenza ed expertise tecnica raggiunto dalla criminalità organizzata nell’insinuarsi nel ciclo dei rifiuti.
Ciò avviene attraverso infiltrazioni nell’economia legale e nelle pubbliche amministrazioni e/o avvalendosi di professionisti qualificati.
Una delle pratiche consiste nel declassificare falsamente i rifiuti da smaltire attraverso – si legge nelle carte – “oscure società di intermediazione con il supporto tecnico di analisti chimici compiacenti”.
La Regione Campania, attraverso la Direzione generale della Sanità, ha chiesto alle Asl di attivare «con urgenza verifiche integrate sanitarie, ambientali, veterinarie e di filiera, ai fini della valutazione del rischio ambiente-salute in seguito a superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC) per tricloroetilene (TCE), classificato come cancerogeno e associato al tumore del rene, del fegato e al linfoma Non-Hodgkin, e di tetracloroetilene (PCE), ritenuto invece come probabile cancerogeno, nelle acque sotterranee dei territori delle province di Caserta, Napoli, Avellino e Salerno».
Il lavoro dell’Università si è sviluppato in particolare nelle seguenti zone: Giugliano-Area Vasta, Villaricca, Sarno, Villa Literno, Solofra e Montoro.
Va anche chiarito che gli inquinanti – tra cui sostanze cancerogene – sono stati rilevati nelle acque di falda e di pozzi ma, spiegano dall’Ateneo Federiciano, «non nella rete idrica che è costantemente monitorata e che non ha evidenziato criticità».
Per la provincia di Avellino il fenomeno risulta concentrato nel Comune di Montoro e presenta profili di particolare sensibilità per il coinvolgimento della rete idrica, di pozzi, filtri, serbatoi e partitori; i superamenti emergono nel corso del 2025, con valori ripetuti superiori ai limiti.
Per la provincia di Avellino, si legge nella Relazione, «il fenomeno risulta concentrato nel Comune di Montoro e presenta profili di particolare sensibilità per il coinvolgimento della rete idrica di pozzi, filtri, serbatoi e partitori. I superamenti emergono nel corso del 2025, con valori ripetuti superiori ai limiti e con un picco particolarmente elevato pari a 30,52 µg/L (microgrammi per litro) di tetracloroetilene (PCE) in un punto di captazione. Il quadro complessivo evidenzia una criticità sistemica del sistema idrico locale, che richiede verifiche sanitarie e ambientali rapide e approfondite».
Nel Salernitano, invece, i superamenti risultano nei Comuni di Scafati, Angri e Sarno, con valori rilevati nel primo trimestre del 2024.
La Regione Campania ha avviato l’iter per la bonifica dell’area, individuando nella zona industriale intercomunale tra Solofra e Montoro il principale hotspot dell’inquinamento.
Un ruolo centrale svolgeranno il Centro servizi metrologici e tecnologici avanzati (CeSMA) e il Consorzio Interuniversitario per la previsione e prevenzione dei grandi rischi (CUGRI), che integreranno le analisi effettuate con il supporto dell’Arpac e dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale per una proposta di messa in sicurezza e bonifica di una falda considerata tra le emergenze ambientali, non solo per l’inquinamento da TCE, ma anche per gli sversamenti illeciti che si verificano nel torrente Solofrana senza sosta.
Nelle attività di controllo disposte per monitorare possibili fonti di contaminazione del corso d’acqua e dei suoi affluenti, i Carabinieri del Nucleo Forestale di Serino, in collaborazione con i militari dell’Arma territoriale e in attuazione del protocollo d’intesa con l’Autorità Giudiziaria, hanno denunciato un imprenditore operante nel settore conciario a Solofra e posto sotto sequestro un pozzo industriale presumibilmente contaminato da tetracloroetilene.
L’operazione è stata condotta all’interno di un’azienda del distretto di Solofra specializzata nella preparazione, concia e tintura di cuoio, pelle e pellicce.
Durante gli accertamenti i militari hanno rilevato l’utilizzo, nel ciclo produttivo, di acqua proveniente da un pozzo aziendale che, secondo i primi riscontri, presenterebbe contaminazione da tetracloroetilene, sostanza da anni al centro del monitoraggio ambientale nell’area Solofrana-Montorese.
Le verifiche investigative hanno rilevato che l’acqua veniva impiegata nei processi produttivi senza l’adozione di adeguati sistemi di trattamento finalizzati alla riduzione dei parametri alterati.
Un quadro ambientale, quello legato agli scarichi illeciti e alla presenza di TCE, che non ha conosciuto però la stessa levata di scudi e la stessa demonizzazione da parte della politica cittadina, come avvenuto per il progetto hub delle plastiche.
Forse per la ragione, in virtù del fatto, che diversi sversamenti illeciti nel torrente Solofrana segnalati alla Procura della Repubblica di Avellino riguarderebbero alcune aziende conciarie locali?
Chissà.
Ma sta di fatto che le mobilitazioni per la difesa del territorio non dovrebbero conoscere eccezioni, soprattutto quando un fenomeno illecito, come quello degli scarichi abusivi nel torrente Solofrana, è presente da anni e prosegue, anche se in modo meno incessante rispetto al passato, ma comunque persiste.


