“I fatti di Genova non possono essere dimenticati e sono ancora molto presenti e vivi nella memoria collettiva. Però le generazioni a partire dalla mia, visto che sono nato nel 2004, e anche quelle più giovani, non sanno nello specifico che cosa è successo al G8. Questa è un’iniziativa per coltivare la memoria, per raccontare ai ragazzi che non conoscono che cosa è accaduto, raccontare, ad esempio, come le forze dell’ordine siano state repressive e come ci sia un parallelismo con la realtà di oggi”. Così Antonio Liuzzi, portavoce dei Giovani Comunisti, a margine dell’iniziativa “Il G8 di Genova per noi che non c’eravamo”, un momento di confronto tra i giovani, a 25 anni dal G8 di Genova, che si è tenuto questo pomeriggio nella sede della Cgil di viale Italia.
“L’iniziativa – continua Liuzzi – non ha solo un intento di custodire la memoria, ma anche un valore politico e anticapitalista, perché a distanza di venticinque anni pè chiaro che quello che dicevano i movimenti no global era la verità: avevano ragione. Siamo sprofondati nel baratro del neoliberismo, del capitalismo più sfrenato e delle guerre.
Per questo – dice ancora Liuzzi – c’è anche la necessità di rilanciare una nuova prospettiva per un mondo diverso, che noi immaginiamo oltre questo sistema capitalistico, oltre ogni forma di sfruttamento, di guerra e di sopraffazione”.
Costantino D’Argenio, segretario cittadino di Rifondazione Comunista, osserva che il G8 ha lasciato un’eredità preziosa ad Avellino: “Ci sono state esperienze come l’occupazione del Malepasso, l’Irpinia Social Forum, il campeggio No Global a Sant’Angelo a Scala. Sono stati momenti che hanno coinvolto direttamente il territorio e che vanno raccontati, altrimenti se ne perde la memoria”.
Una memoria necessaria per costruire il futuro: le istanze degli attivisti del G8 di allora sono ancora valide. Si manifestava contro la globalizzazione finanziaria, contro il potere concentrato nelle mani di pochi. All’epoca si parlava del G7 e del G8; oggi quel potere è rappresentato dalle grandi multinazionali dell’high tech e dell’energia. Le rivendicazioni restano le stesse, perché allora si manifestava per la libera circolazione delle persone e non soltanto dei capitali. Oggi, purtroppo, il razzismo è diventato il pane quotidiano di una parte importante del panorama politico italiano e quindi va combattuto con ancora più forza di quanto si facesse vent’anni fa.
“All’epoca – aggiunge D’Argenio – nascevano Internet, Indymedia e il citizen journalism; oggi dobbiamo inventarci nuove forme di partecipazione.
Nel frattempo la concentrazione dei capitali è aumentata, il potere economico è diventato più forte, mentre i movimenti stanno vivendo una fase delicata”.
Ma la lotta per un mondo più giusto e solidale va avanti ad esempio con “la mobilitazione per Gaza”.
“Spero che iniziative come questa – afferma D’Argenio – possano avere continuità, allargare lo spettro delle rivendicazioni e portare risultati concreti anche sui territori. Come è successo a Grottaminarda, dove quest’estate c’è stata un’esperienza molto interessante: Fuoriluogo, un parco pubblico gestito per un mese da una rete di associazioni locali, che ha affrontato temi molto delicati e che ha visto una partecipazione significativa, con circa duecento persone”.
Al G8 di Genova don Vitaliano c’era: “Quello che è successo a Bologna in questi giorni, cioè la morte del giovane immigrato Kafir, ci dimostra che quello che è accaduto a Genova è ancora attuale”. A Genova, negli scontri, perse la vita il manifestante Carlo Giuliani e si consumarono le violenze alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.
“Ma a Genova – ricorda don Vitaliano – è successa anche una cosa positiva: tantissime persone di provenienze totalmente diverse, dai cattolici agli anarchici, passando per i centri sociali, le associazioni, gli scout e i partiti, si sono ritrovate in piazza con un obiettivo comune: chiedere una diversa globalizzazione che non fosse prettamente economica e finanziaria, che è invece quella nella quale poi siamo precipitati e nella quale purtroppo viviamo. Noi chiedevamo una globalizzazione dei diritti e della solidarietà”.
Per don Vitaliano, “la parte negativa fu la reazione delle forze dell’ordine, che devono fare il loro lavoro. Ma quando una persona che ha commesso, presumibilmente, un reato viene fermata, basta: è nelle mani dello Stato e quindi non può essere maltrattata, picchiata o torturata.
A Genova, invece, nelle strade ci sono stati agguati delle forze dell’ordine contro i manifestanti, vere e proprie vendette. Poi tutto è sfociato nel blitz alla Diaz, una scuola messa a disposizione per dormire, dove anche persone pacifiche furono aggredite quasi per vendetta dalle forze dell’ordine.
Successivamente – dice don Vitaliano – gli arrestati nella caserma di Bolzaneto furono trattati peggio dei peggiori terroristi: furono strappati loro i piercing, costretti a stare in ginocchio per tanto tempo; alle ragazze che avevano le mestruazioni non vennero dati gli assorbenti.
Questo è ciò che a Genova non ha funzionato. Ovviamente bisognava fermare chi commetteva reati, ma non aggredire un’intera manifestazione per più giorni, andando contro i principi più elementari dello Stato di diritto”.
Il messaggio positivo del G8 è ancora attuale: “Costruire un altro mondo possibile, un mondo di pace e non di guerra; un mondo in cui si condivide di più e nel quale non ci sono pochi che si arricchiscono mentre tantissimi vivono nella povertà. Un mondo che rispetta la natura, che inquina il meno possibile e che si oppone ai cambiamenti climatici attraverso scelte concrete. Il messaggio del G8 di Genova è stato quasi profetico: oggi tutti questi argomenti sono di strettissima attualità.
Anzi, stiamo peggio. Però bisogna capire dalla lezione di Genova che la strada della violenza, della protesta violenta e della repressione non è quella giusta.
La violenza non va mai bene. Non va bene nei manifestanti, che però sono cittadini e possono sbagliare, ma soprattutto non va bene nelle forze dell’ordine, perché rappresentano lo Stato, che non può mettersi allo stesso livello dei manifestanti violenti.
Se si arresta un terrorista, non è che, proprio perché è terrorista, debba essere trattato male. La differenza tra lo Stato e chi delinque è proprio questa: chi delinque non rispetta le regole; lo Stato, proprio perché è Stato, deve rispettarle sempre”.



