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Aree interne, sanità e sviluppo: un sistema pubblico sempre più in crisi

Nell’indagine del Centro Dorso a cura di Carrieri e De Vita le molteplici criticità tra tagli e scelte politiche sbagliate

di Michele Vespasiano

In provincia di Avellino la sanità pubblica sembra aver smesso da tempo di essere un servizio davvero universale. È questo il quadro che emerge da un’indagine sul campo condotta dai sociologi dell’Università La Sapienza di Roma e pubblicata dal Centro “Guido Dorso” di Avellino, presieduto da Luigi Fiorentino.

La ricerca, “Sanità e servizi socioassistenziali: un’occasione di sviluppo per le aree interne”, a cura di Mimmo Carrieri e Luisa De Vita, pubblicata da Rubbettino, restituisce l’immagine di un sistema sanitario e socioassistenziale segnato da anni di tagli, disorganizzazione e scelte politiche che hanno finito per penalizzare proprio chi vive lontano dai centri maggiori.

Nel caso dell’Irpinia, provincia caratterizzata da un saldo demografico negativo, dall’invecchiamento della popolazione residente e da un basso indice di sviluppo socioeconomico, il problema non riguarda soltanto la scarsità di risorse. Secondo l’indagine, il nodo decisivo è soprattutto la programmazione. I fondi disponibili sono stati spesso indirizzati male, anche per effetto di un campanilismo politico che ha favorito le aree più popolose, cioè quelle dove si concentrano maggiori consensi elettorali, lasciando in posizione marginale le zone interne. Il risultato è che le strutture sanitarie e sociali si addensano ad Avellino e nel suo immediato hinterland, mentre nei paesi dell’entroterra diventano rare o del tutto assenti.

A complicare ulteriormente il quadro c’è la viabilità, in particolare nella fascia orientale della provincia, segnata da collegamenti con il capoluogo spesso lunghi e tortuosi. Pesano anche il trasporto pubblico locale, scarso e in molti casi condizionato dal calendario scolastico. Ne consegue che chi non dispone di un’auto incontra difficoltà persino per raggiungere un ambulatorio. Una penalizzazione che colpisce soprattutto fasce di popolazione già esposte all’esclusione: famiglie a basso reddito, anziani, persone con disabilità temporanee o permanenti, cioè proprio quelle che avrebbero maggiore bisogno di assistenza.

Un’altra criticità riguarda il personale dei presidi sociosanitari, privi quasi in ogni figura professionale. Secondo il rapporto, mancano medici dell’emergenza e operatori del pronto soccorso, tecnici di radiologia, fisioterapisti, assistenti sociali, educatori, psichiatri e neuropsichiatri infantili; mancano operatori sociosanitari per l’assistenza a disabili e anziani, e mancano perfino barellieri e autisti di ambulanze.

Tra tutte le figure, la più difficile da reperire resta il medico di pronto soccorso, per effetto di stipendi bassi, responsabilità molto elevate, rischio di aggressioni in corsia e turni incompatibili con una vita privata equilibrata. Non va meglio per i medici di base, che, nonostante gli sforzi dell’Asl di Avellino, sono sempre più rari. La conseguenza è prevedibile: i pazienti finiscono per intasare ospedali e pronto soccorso, anche per bisogni che potrebbero essere gestiti sul territorio. Chi può permetterselo, invece, si rivolge al privato, con un evidente squilibrio sociale.

Nel corso del recente incontro di presentazione del volume all’Abbazia del Goleto, Maria Concetta Conte, direttore generaledell’Asl a cui è affidata la responsabilità della sanità territoriale e di due presidi ospedalieri, Ariano Irpino e Sant’Angelo dei Lombardi (per un totale di 356 posti letto), ha rivelato che l’azienda non è rimasta ferma e che si sta cercando di recuperare il divario evidenziato dal report. Non è un dettaglio da poco, perché l’indagine segnala anche che, dove il servizio pubblico riesce ancora a operare con continuità, i suoi standard qualitativi restano superiori a quelli del privato, soprattutto grazie a personale selezionato tramite concorso. Il problema è che nelle aree interne irpine questa capacità del pubblico si è ridotta drasticamente, con conseguenze dirette sull’effettivo accesso ai diritti sanitari.

La dottoressa Conte ha anche riferito dei suoi ripetuti tentativi di organizzare concorsi per reperire professionisti da inserire negli organici dei due ospedali. Sforzi che, però, troppo spesso vengono frustrati, soprattutto per quanto riguarda i medici, perché in pochi scelgono di trasferirsi in una provincia periferica come quella irpina. Ha pure annunciato che, nella strategia di potenziamento dei servizi ai cittadini, apriranno a breve le Botteghe della Salute: sportelli territoriali gratuiti che saranno istituiti nei paesi più piccoli per facilitare l’accesso ai servizi socio-sanitari.

Aspettative, infine, si ripongono sulla prossima apertura delle Case e degli Ospedali di Comunità, strutture intermedie nelle quali saranno coinvolti in prima linea i medici di medicina generale, con le cui organizzazioni sindacali l’Asl di Avellino, la prima in Regione, ha sottoscritto un protocollo d’intesa.

Un capitolo a parte della ricerca della Sapienza merita il ruolo del Terzo settore. Gli autori del rapporto osservano che, se il quadro socioassistenziale in Irpinia non è collassato del tutto, buona parte del merito va alle organizzazioni di volontariato e alle cooperative sociali attive sul territorio. Sono loro, spesso, a farsi carico degli anziani rimasti senza rete familiare, sempre più numerosi con l’emigrazione dei giovani, e delle persone con patologie croniche o disabilità.

Lo studio richiama anche l’esperienza di alcune associazioni che hanno attivato percorsi di autonomia per persone con disabilità. Iniziative importanti, che tuttavia non riescono a rispondere a tutta la domanda che arriva dal territorio. Rilevante, hanno fatto notare Rosanna Repole, presidente della Città dell’Alta Irpinia, e Tonino Vella, presidente del Consorzio altirpino dei Servizi Sociali, è l’attivazione del “Taxi Sociale”, servizio di mobilità offerto ai cittadini del territorio in condizioni di necessità assistenziale.

Il problema è anche di scala, annotano gli autori della ricerca. Il volontariato può alleviare, non sostituire, un sistema pubblico che si ritira. E le disuguaglianze che ne derivano pesano soprattutto sulle famiglie a basso reddito, che non possono permettersi un’assistenza domiciliare privata e che spesso sono costrette a rinunciare a un lavoro per prendersi cura di un familiare.

A peggiorare il quadro sono arrivate anche modifiche normative recenti: una soglia Isee più restrittiva per l’accesso all’assegno di cura e l’esclusione dei familiari diretti dai possibili beneficiari. Due misure che, secondo l’indagine, hanno colpito proprio i nuclei che usavano quello strumento come sostegno alternativo a un reddito da lavoro.

Poi c’è il capitolo delle fragilità meno visibili. Tra le criticità più nette segnalate dal report c’è la totale assenza di servizi pubblici per l’accompagnamento delle persone con disabilità dopo la fine del percorso scolastico: in questi casi, le famiglie restano sole.

Discorso analogo per la salute mentale. Le persone con disturbi psicologici o psichiatrici, in particolare i minori, e quelle nello spettro autistico non trovano servizi strutturati di presa in carico continuativa. È uno dei vuoti più gravi individuati dall’indagine e riguarda una fascia di popolazione che, sul territorio irpino, non ha alternative.

Gli studiosi colgono anche l’occasione per un appunto storico: c’è stato un momento, durante la pandemia da Covid, in cui pubblico e Terzo settore hanno lavorato davvero insieme. In quella fase si erano attivate reti di collaborazione capaci di intervenire in modo coordinato sui bisogni della popolazione. Finita l’emergenza, però, quelle reti si sono progressivamente sfaldate, tornando a operare ciascuna per proprio conto. Una occasione mancata, che mette in evidenza la mancanza di un coordinamento regionale stabile e di uno spazio permanente di dialogo tra gli attori delle aree interne.

A pesare su questa frammentazione c’è anche un problema di architettura istituzionale: da un lato il sistema sanitario, organizzato per distretti; dall’altro quello sociale, articolato in ambiti consortili tra comuni. Due mappe diverse che si sovrappongono male e rendono difficile qualsiasi integrazione tra i livelli di assistenza.

Infine, i ricercatori della Sapienza si interrogano su ciò che chiede il territorio. Dalle interviste emerge una richiesta abbastanza condivisa: una riforma degli assetti organizzativi, o almeno strumenti di programmazione congiunta, fondati su un censimento accurato dei bisogni reali delle comunità irpine. In altre parole, non solo nuovi fondi, ma un modo diverso, più condiviso e più aderente ai territori, di decidere come spenderli.

Nella loro ricerca, i sociologi hanno trovato conferma che gli investimenti sulla sanità non sono solo un costo, bensì rivestonoun ruolo centrale per ogni percorso riformatore, e in ragione di tanto lanciano un messaggio: «Il sistema sanitario svolge, o meglio potrebbe svolgere, un ruolo fondamentale nel definire le traiettorie di sviluppo di un territorio, non solo come struttura destinata a garantire la salute dei cittadini ma anche come motore economico, sociale e tecnologico. In questo contesto appare evidente che il sistema sanitario si ponga come settore trainante rispetto ad altri comparti, specialmente in aree svantaggiate come quelle interne del Mezzogiorno».

Va precisato, per completezza, che non tutti gli intervistaticondividono il giudizio così severo restituito dalla maggioranza. Una minoranza, pur senza negare le difficoltà, offre una lettura più positiva delle condizioni del sistema sanitario e socioassistenziale. Resta però il rischio di un circolo vizioso già in atto: meno servizi significano una vita più difficile, la vita più difficile spinge i giovani ad andarsene e il progressivo spopolamento finisce per “giustificare” ulteriori riduzioni di risorse. Un meccanismo che, se non interrotto, rischia di rendere permanente la distanza tra le aree interne irpine e il resto della regione.

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