Ma sono tanti che hanno voluto lasciare sui social il loro tributo ad un maestro, come lo scrittore Franco Festa che lo saluta con “Addio compagno, amico, fratello” e la pubblicazione di Eskimo. Commosso anche Roberto Montefusco di Sinistra Italiana Chi ti ha amato, tanto da definirsi “gucciniano”, sa che sei stato tanto più di un cantautore. Sei stato il Maestro di una educazione sentimentale, di un modo di stare al mondo, per intere generazioni. Hai dato forma a sentimenti, idee, suggestioni, emozioni, che magari si avevano dentro e che tu traducevi in parole, musica, racconto. Ricordo con enorme nostalgia il mio pellegrinaggio in Via Paolo Fabbri di oltre venti anni fa. E il timido bussare a quella porta. “Nostalgia per me e per te”, Francesco. È vero, come spesso ripetevi, che hai scritto tanto altro al di là de “La Locomotiva”, di “Dio è morto” o de “L’Avvelenata”, un patrimonio enorme di cui non si smette mai di riscoprire un dettaglio nuovo ogni volta. Chi ti ha amato sa che quello di oggi è uno strappo vero con un pezzo di sé, forse anche con un piccolo-grande frammento del Novecento che va via. Pezzo dopo pezzo. “Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia, non siamo scoperta, né sponda sfiorita. Non siamo né un giorno né vita”. Rita Nicastro scrive “Francesco, sarai sempre nel cuore di un’ intera Generazione che ha sperato di creare un Mondo più giusto e libero”. “Quanta fortuna – scrive la poetessa Claudia Iandolo – essere cresciuta con Faber, Lolli, Dalla, De Gregori, Guccini, Bennato (entrambi). Aver ascoltato e cantato (ma ascolto e canto ancora) Pino Daniele, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, James Senese, gli Almamegretta, Ivan Graziani..Quanta fortuna poter dire ai miei studenti quando citano un rapper: Chi? Poi dopo una lezione sull’Utopia sparo “L’Isola non trovata” o “L’isola che non c’è”. Spiego Saba e faccio ascoltare “La città vecchia” di di De André. Restano spiazzati, poi timidamente dicono: è bella, prof. Spesso accade il miracolo: qualcuno mi manda un link su wathsapp: prof, la conoscete questa? Ed è un Guccini, un Faber, un Dalla”.
“Sentire stamattina presto per radio – scrive il docente e scrittore Michele Vespasiano -e trovarne conferma subito dopo dai giornali, che era morto Francesco Guccini, mi ha rimandato alla memoria le tante che con gli amici di sempre abbiamo cantato le sue canzoni. Da giovani ci sentivamo rivoluzionari, più avanti con l’età abbiamo riconsiderato con maggiore ponderatezza i suoi testi, sottolineati da accordi tanto semplici quanto capaci di memorizzarli subito. Poi, però, mi è venuto in mente che Guccini ha fatto parte anche del mio bagaglio di insegnante, poiché il cantautore di Pavana non era solo un cantante ma principalmente un poeta che aveva scelto la chitarra come quaderno. Quando in classe provavo a spiegare “La locomotiva”, non stavamo solo leggendo un testo, facendone la parafrasi e analizzando la struttura e lo stile. Il ritmo che si fa treno, la metafora che sfonda la cronaca e diventa epica popolare, è letteratura che si canta, una canzone che racconta. Mica solo “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio ha una musicalità che toglie il respiro! “Auschwitz”, poi, era ancora più spiazzante per dei ragazzini. Non lasciava indifferenti quella voce del bambino che parla da dentro il camino o il paradosso di un “io” che non può più dire “io” perché non esiste più. In poche strofe, la Storia con la S maiuscola diventava comprensibile, non spiegata ma sentita. E poi “Dio è morto”. Avrei trovato molto complicato parlare di Nietzsche a dei ragazzini, però il testo, duro da spiegare, nel ragionamento che assieme facevamo non era più una provocazione fine a se stessa, ma diventava un inventario lucido di un’epoca, con le ideologie, le illusioni, il vuoto tutto intorno. Guccini ha fatto quello che i grandi poeti fanno: ha preso le parole di ogni giorno, quelle che tutti, piccoli e grandi, pronunciamo e le ha messe in un ordine che nessun altro aveva trovato prima. Per questo le sue canzoni entrano ancora oggi in un circolo sulla spiaggia con l’amico di turno che imbraccia una chitarra, e in una lezione di letteratura senza bisogno di scuse. Non sono state e non sono “anche” letteratura, ma erano la letteratura di quegli anni, con la fortuna in più di avere una melodia. Ora che Francesco Guccini è morto, e che non risusciterà dopo tre giorni, come cantava in “Dio è morto”, avremo modo di riascoltare tutti i suoi brani e di contestualizzarli ai nostri anni. E sono sicuro che non ci sentiremo bene; almeno quelli della mia generazione non lo saranno. Grazie, Maestro, le tue parole restano nei quaderni e nelle voci di chi le ha imparate a scuola, ben prima che arrivasse YouTube o Spotify a consegnarle al consumo diffuso”.
“Caro Francesco Guccini, carissimo maestro – scrive la docente Margherita Faia -che tristezza la notizia della tua scomparsa. Questo è un momento storico che spesso e non volentieri mi rattrista, con tutta la sua bassezza politica e morale. Tu sei stato un faro, una spalla, un supporto per pensare che vale sempre la pena scegliere di non arrendersi. Le tue canzoni hanno saputo restituire parole alle inquietudini, alla vita fragile, alla memoria sociale, alla politica attiva e pensata, all’ amicizia, all’amore e al tempo. Ti porterò ancora con me, nelle mie lezioni in classe, volando tra i banchi e le emozioni di chi si affaccia alla vita durante l’ adolescenza. Resti e resterai attraverso ciò che hai saputo lasciare”.
Ed è davvero come se tutti noi avessimo conosciuto Francesco “Ho conosciuto le tue canzoni da adolescente – scrive il sindaco di Calitri Attilio Galgano – Qualche anno dopo, ebbi il privilegio di conoscerti e di scattare questa foto. La prima di tante. Con profonda commozione, non posso che ringraziarti, Maestrone, per tutto quanto mi hai donato. Grazie per avermi fatto comprendere l’importanza delle radici e il peso delle parole. Grazie per l’impegno sociale che trasmettevi, ad ogni concerto, ad un giovane incosciente. Insegnamenti che stavano lì, come fuoco sotto la cenere, pronti per essere compresi e portati avanti negli anni successivi. Grazie per ogni testo, per ogni rima, per ogni storia. Racconti di immensa letteratura o anche solo di vissuto quotidiano che hanno accompagnato ogni gioia, ogni rabbia, ogni amore iniziato o finito. Insomma, ogni pagina della mia vita. Grazie, infine, per quel meraviglioso vocale che una cara amica registrò appena poche settimane fa: i tuoi auguri e i tuoi complimenti per la mia elezione a sindaco, con quello “stammi bene” finale che oggi mi risuona come la chiusura del cerchio e che mi squarcia l’anima. Le tue idee e i tuoi valori restano più vivi che mai. Un giorno, ci ritroveremo in quel paradiso su misura. Intanto, come tutti gli eroi, sei e sarai sempre giovane, bello e immortale”.
Tanti anche i messaggi di artisti e collegi, come Vinicio Capossela che lo ricorda con riconoscenza e ammirazione a partire dalla foto tratta “da una locandina-manifesto che non è mai cambiata negli anni, ha fissato in tutti noi l’immagine eterna di Francesco Guccini. Un’immagine che è anche sulla copertina di un disco che porta come titolo l’indirizzo della casa in cui viveva. C’è una bella poesia di Bukowski, intitolata 462-0614, che dice: “Ecco perché sono sull’elenco del telefono”. Guccini è andato oltre: ha fornito direttamente l’indirizzo. Perché a tutti fosse noto dove trovarlo. (E molti hanno bussato a quella porta. Tra i molti, anche io ho sperimentato la generosità di un gigante che si china ad ascoltare un nano. Ma questo poco importa: era solo una testimonianza). Nessuno, in questo Paese, ha offerto la sua vita, la sua opera, il suo domicilio, la sua mitologia, la ritualità del diventarne famiglia come Francesco Guccini. Siamo tutti grati e smarriti per il semplice fatto che il Maestrone, come una divinità in ritiro sull’Olimpo di Pàvana, era ritenuto immortale. Ora che, per citare una sua celebre canzone, Dio è morto, l’indirizzo non è più certo e vaghiamo disorientati davanti a una porta che permane, diversamente, aperta. Con profonda tristezza, ma anche con smisurata gratitudine. Grazie, Francesco”.


