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Grottaminarda, oggi ultimo giorno del Festone. Lo racconta Lucia: “Una festa che cambia ma è sempre bella, nata per unire e non per dividere”

Grottaminarda – E anche quest’anno è andata. Il 135esimo Festone, il più longevo della provincia di Avellino, si avvia verso la chiusura. Oggi, infatti, è il giorno dedicato ai fuochi pirotecnici. E come sempre sono sfilati,  lungo il Corso della cittadina ufitana, tanti volti familiari e sconosciuti. Ma non c’è persona che, quando passeggia, non si ferma. A metà percorso, davanti la sede del Comitato, c’è quella che tutti chiamano la “mamma” del Festone. Seduta davanti ad un banchetto, con sopra i biglietti della lotteria, Lucia Cappuccio saluta tutti. E ognuno la omaggia. Ricordando i tempi che sono passati, magari inghiottendo una lacrimuccia che sta per solcare il viso. Ma questa signora di 85 anni, per ognuno ha una parola buona. È nata al primo vicolo di S.Maria Maggiore, praticamente il cuore dei festeggiamenti, “proprio dietro l’altare – dice, salendo su una specie di macchina del tempo”. E da lì guardava la chiesa più grande di Grottaminarda. Le sue giornate di festa, sopratutto da ragazzina, le passava a pulire le sedie della chiesa, “e ne erano tante perché non c’erano gli scanni come adesso”, che poi doveva mettere, insieme a sua cugina, dietro l’altare della Madonna, i candelieri. “Mio zio era il sagrestano, non mi ricordo un Festone che non ho passato in chiesa”. La gioia più grande, una volta cresciuta, era quella “di indossare un bel vestito, e le scarpe, nuove”. Questo, per  lei, era il Festone di una volta. Che aspettava, con ansia, insieme alle sue amiche. “Che la festa si è svolta sempre al Corso non è una novitàpaura”. Ma si ricorda anche “le prime orchestre a Portaurea e alla Croce”. O la prima orchestra alla Fontana, dove le bande musicali suonano ancora oggi, o al Monumento. E la difficoltà di portare a spalla, gli uomini, nelle processioni i Santi Patroni della cittadina ufitana: prima S.Antonio di Padova, forse il più venerato da queste parti, e infatti “usciva” due volta, la seconda con S.Rocco da Montpellier. Poi, negli anni 90 del secolo scorso si è aggiunto il dottore della chiesa che, la tradizione vuole, si dice da bambino abbia frequentato il Castello d’Aquino dove abitava lo zio. Ma già nel 1600 si pensava ad una piccola festa. Anche perché Grottaminarda fu funestata dal colera. E gli abitanti pensarono di ingraziarsi i Santi per fermarla. La storia tra Lucia e il Festone continua quando, i tre Santi Patroni di Grottaminarda,  non si portano più a spalla ma sono accompagnati con il trattore. “Era diventato troppo pesante. E io ed Olga (che i grottesi considerano l’altra “mamma” della festa patronale), stavamo dietro con le bottiglie d’acqua perché si sudata e bisognava far bere chi partecipava alla processione”. Poi, andando avanti con gli anni, “tutto si è ingrandito”. Ma Lucia non si lascia trasportare dai ricordi. “Perché l’epoca è diversa e ci dobbiamo adeguare – ribadisce, infatti, sicura -“. Sicuramente “prima si viveva con poco ma felici. Perché bastava poco per esserlo”. E, di soldi, per organizzare il Festone ne giravano pochi. “E la gente, per confermare la propria devozione, offriva il grano. Perché Grottaminarda era un paese agricolo. E quelli che chiama “spari”, i fuochi d’artificio, poi divenuti un pezzo forte della festa, come le esibizioni delle più rinomate bande musicali, “erano le “rotelle” che giravano quando si arrivava al Condotto. Ma le “botte a muro” della mattina erano poche ma forti davvero”. Poi, quando Lucia è cresciuta, è arrivato il tempo “dei buoni fruttiferi che, i grottesi che vivevano all’estero, mandavano. Sopratutto dagli Stati Uniti. Ricevevano prima una lettera dalla Chiesa. E, una volta arrivati, venivano ringraziati”. E Lucia era chiamata a portare chili di lettere alla posta. “E a fare i contratti si andava in un negozio. Per le arcate, gli spari, i primi cantanti. E chi organizzava il Festone girava per tutte le case. Gli incassi si conoscevano già prima e si sapeva quanto poter spendere”. Oggi, il Festone “chi lo vuole di una maniera, chi di un’altra. Il Festone è nato per unire, non per dividere”. Quello più bello, Lucia, non se lo ricorda. Ma uno le è rimasto impressa. “Quando ancora le arcate si facevano con i palloni colorati. Venne la grandine e scoppiarono tutti. Ma le arcate rimasero in piedi, nessuno si fece male. La processione si fece e il Festone continuò”. Una cosa, in tutti questi anni, non le è proprio andata a genio. “Che non si attacchino più i soldi alle statue dei Santi. Perché? Quello era un segno, fortissimo, di devozione delle persone. Ed erano preghiere e ringraziamenti che non toglievano niente a nessuno”. Il tempo, però, per Lucia e per le celebrazioni della terza settimana di agosto sembra non passare mai perché: “il Festone è il Festone”.

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Giancarlo Vitale

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